Il regista Pupi Avati
Il regista Pupi Avati

Bologna, 15 settembre 2019 - Una decina di anni fa scrissi un libretto sul giornalismo – destinato a una men che mediocre diffusione – e lo inviai a una serie di cosiddetti opinion maker nella speranza, o meglio nell’illusione, che mi aiutassero a promuoverlo. Uno solo mi rispose. Era un personaggio famoso, un mio mito che credevo inavvicinabile. Quando vidi la sua firma mi emozionai. Era Pupi Avati.

Stava, quella firma, in fondo a una lunga lettera, scritta a mano come si scrivevano una volta le lettere, pesando ogni parola, avendo cura di farsi decifrare, attingendo al cuore e non all’elenco degli emoticons. Era la lettera di un signore che commentava il libro ricevuto capitolo per capitolo, quasi pagina per pagina, testimoniando così di averlo letto davvero, benché gli fosse arrivato da mani sconosciute. 
Diversi anni dopo, Pupi Avati mi raccontò un episodio che mi fece capire il perché di tanta attenzione e di tanta sensibilità. Mi raccontò cioè di quando, insieme a un gruppo di improbabili giovanotti bolognesi, si era messo in testa di fare del cinema, e aveva preso a inviare a produttori, registi e sceneggiatori tutta una serie di lettere, proposte, soggetti, copioni. Nessuno rispondeva mai. Finché un giorno una lettera di riscontro arrivò. 

Sulla busta era chiaro il nome del mittente: Ennio Flaiano. "Quando vidi quel nome credetti di impazzire di gioia. Pensai che ce l’avevo, che ce l’avevamo fatta. E non mi ritenni autorizzato a tenere per me quell’attimo di felicità. L’apertura della busta, e la lettura di quanto contenuto, doveva essere un momento magico da condividere con tutti gli amici, a ciascuno dei quali avevo assegnato un ruolo: l’aiuto regista, il costumista, il direttore della fotografia e così via, benché nessuno avesse la minima preparazione. Ci trovammo dunque tutti a casa mia, e con trepidazione aprimmo la busta del grande Flaiano, al quale avevamo inviato tante idee e proposte, e che finalmente ci aveva risposto. Era una lettera di tre sole parole: Non scrivetemi più".

Il copione inviato a Flaiano era ispirato alla storia di Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro, e diventò poi il primo film di Pupi Avati, "Balsamus, l’uomo di Satana". Un totale flop, superato solo, per insuccesso, dal secondo film, "Thomas... gli indemoniati", che non uscì neppure nelle sale.
Quando Pupi Avati ricevette dalla vita questi sberloni, aveva già alle spalle un fallimento: il non essere riuscito a diventare un musicista; il vedersi superato e surclassato, nella sua jazz band, da un ragazzo che non sapeva neppure leggere la musica, e che si chiamava Lucio Dalla. 

Quella vicenda, quella dolorosissima vicenda che costrinse Pupi Avati a capire quale distanza passa tra il desiderio e la vocazione, tra l’impegno e il talento, è raccontata in uno dei suoi tanti film, "Ma quando arrivano le ragazze?". "Forse è proprio questo il film più sincero dell’intera mia filmografia. Forse mai prima di allora avevo raccontato con tanta verità il mio fallimento", confessa ora Pupi in un bellissimo libro appena uscito, "Pupi Avati. Sogni, incubi, visioni", scritto dal giornalista del Resto del Carlino Andrea Maioli ed edito dalla Cineteca di Bologna (363 pagine, 20 euro).

La vita ha poi restituito molto a Pupi Avati, del quale tutto si può dire fuorché sia un fallito. Ha fatto una cinquantina di film, alcuni di grande successo di pubblico, tutti geniali. È, nel mondo del cinema, "il Maestro": straordinario scopritore - fra l’altro - di talenti. Attori come Carlo Delle Piane, Gianni Cavina, Alessandro Haber e Diego Abatantuono gli devono molto, se non tutto. È insomma un uomo di successo. Ma che conosce la sconfitta, le notti insonni, il sentirsi escluso, non considerato. E di tutto questo ha sempre fatto tesoro. Credo, anzi sono sicuro, che in quella risposta alla mia lettera di dieci anni fa ci sia molto della memoria delle sue lettere a Flaiano.

In un mondo in cui sembra esserci posto solo per i vincenti, i belli e gli influencer, Pupi Avati ci narra l’epopea del timido, del goffo, dell’impacciato, dello sfigato, dell’innamorato non corrisposto, di chi vorrebbe un’altra vita, di chi sta male per una mancanza. Su tutto e su tutti, Pupi pone uno sguardo di condivisione, e quindi di misericordia. "Ho lavorato con tanti attori", mi disse una volta, "alcuni usciti dalle migliori scuole, Actors Studio compresa: ma i più bravi sono, senza il minimo dubbio, quelli che nella vita hanno sofferto. Non c’è ahimè più efficace scuola di quella, per capire se stessi e il prossimo, per leggere la vita e saperla interpretare".

A 80 anni, Pupi ci regala in questi giorni un’altra perla: il suo "Il Signor Diavolo" è un film magnifico per ambientazione e fotografia (il delta del Po nei primi anni Cinquanta) ma soprattutto perché ci ricorda che nessuno di noi è immune dal Male. Neppure la Chiesa (o meglio, il clero) ne parla più. Ci voleva un uomo che conosce il dolore, la sconfitta e il fallimento per ricordarci quanto siamo fragili. Ma anche quanto sono meravigliosi i nostri sogni, e quanto è infinita la nostra sete di felicità.