di Giuseppe Catapano

Rivendica l’importanza dei dettagli. "Fanno la differenza". Giuseppe Pagano, alla guida dell’azienda agricola San Salvatore 1988, ricorda i giorni del ritorno alle origini. Quelli in cui l’imprenditore alberghiero scelse di dedicarsi al vino, "come mio padre e mio nonno". E quelli dell’incontro con Riccardo Cotarella. Cotarella pronunciò una frase: "Peppino, portami uva sana e faremo un buon vino". Sono passati più di quindici anni e "il rapporto tra noi è ottimo, il confronto continuo". Di strada l’azienda che ha radici vesuviane e attività nel cuore del Cilento, in Campania, ne ha fatta tanta. "Siamo ambasciatori della nostra terra, dobbiamo averne cura", dice Pagano. Terra di Aglianico, Fiano e Greco, ma non solo. Un approccio che è "amore per l’agricoltura mai intensiva, rispettiamo i ritmi e le tradizioni di un terroir speciale". Una terra con condizioni pedologiche e climatiche ottimali. "Dove i greci, 3.000 anni fa, impiantarono i loro vigneti". Ed è qui che la San Salvatore produce vino, nel Parco nazionale, tra Stio, Paestum e Giungano, con 42 ettari di vigneti. Poco distante c’è una moderna cantina con impianto fotovoltaico "che ci consente di ridurre al minimo l’immissione di anidride carbonica".

La produzione annua è di 400mila bottiglie. Un fiore all’occhiello è il vino bianco senza solfiti aggiunti, prodotto in assenza di ossigeno e realizzato in collaborazione con l’Università della Tuscia. In Campania si sviluppa il 40% del giro d’affari legato al vino. Un altro 20% matura in Italia, il restante 40% all’estero. "Siamo presenti in Germania, Nord Europa, in Giappone e Usa". Il fatturato è di 7 milioni, 3,5 sono generati dal vino (il rimanente è legato a allevamento e ristorazione). E l’online? "Il canale online consente di fare promozione, di attirare persone qui nel Cilento". Si è messo alle spalle una vendemmia "straordinaria", Pagano. Il vino più rappresentativo? "Ogni vino è come un figlio. Non si può scegliere a quale si vuole più bene".