Un gruppo di italiani prigionieri e calzolai nel campo numero 12 di Cowra (Australia)
Un gruppo di italiani prigionieri e calzolai nel campo numero 12 di Cowra (Australia)
di Riccardo Jannello Una prigionia lontana. E lunga, molto lunga, ben oltre la fine della Seconda guerra mondiale. La memoria degli italiani internati dagli inglesi in Australia e Sudafrica è ancora viva; sono stati 18400 in Oceania fra Hay e Cowra, mentre oltre cento mila sono passati dal campo di concentramento di Zonderwater, 30 chilometri a est di Pretoria. Ovunque gli italiani si sono fatti apprezzare per la loro umanità, la capacità di adattamento, per essere lavoratori poliedrici e talvolta intrattenitori senza pari. Non come i giapponesi che in uno dei campi australiani attigui a quelli italiani morirono avvolti dalle fiamme dopo avere dato fuoco ai materassi e alle travi delle loro baracche che avevano usato per scaldarsi. Joanne Tapiolas ha aperto un sito nel quale racconta le storie dei “Prisoners of War“ italiani –...

di Riccardo Jannello

Una prigionia lontana. E lunga, molto lunga, ben oltre la fine della Seconda guerra mondiale. La memoria degli italiani internati dagli inglesi in Australia e Sudafrica è ancora viva; sono stati 18400 in Oceania fra Hay e Cowra, mentre oltre cento mila sono passati dal campo di concentramento di Zonderwater, 30 chilometri a est di Pretoria. Ovunque gli italiani si sono fatti apprezzare per la loro umanità, la capacità di adattamento, per essere lavoratori poliedrici e talvolta intrattenitori senza pari. Non come i giapponesi che in uno dei campi australiani attigui a quelli italiani morirono avvolti dalle fiamme dopo avere dato fuoco ai materassi e alle travi delle loro baracche che avevano usato per scaldarsi.

Joanne Tapiolas ha aperto un sito nel quale racconta le storie dei “Prisoners of War“ italiani – militari o emigrati che in Australia venivano fermati per le idee fasciste – e raccoglie materiale inviatole dai parenti. E cerca documenti, come quelli dedicati al desiderio di imparare l’inglese: "Il 24 dicembre 1943 Giovanni Marzullo scrive all’interno del suo Dizionario italiano-inglese Collins i suoi dati. Interessante il timbro sulla copertina interna del dizionario: ‘Approvato per la trasmissione’. Tutti i libri dovevano essere approvati e secondo le informazioni Giovanni ha pagato il suo dizionario. Senza scuole organizzate l’apprendimento dell’inglese era lasciato all’individuo".

In quel periodo secondo un rapporto della Croce Rossa c’erano 485 italiani nel campo 7 e 483 nel campo 8 di Hay. A Cowra c’era invece Carlo Vannucci, carrista del Carnevale di Viareggio. Vi era giunto dopo una sosta di anni nel campo indiano di Bangalore. Nella prigionia australiana portò verve e cultura. "Quando è arrivato a venti anni era stato indicato come decoratore – racconta il figlio Enrico –, nel foglio di uscita del ‘47 c’è scritto ingegnere. Ma aveva fatto anche l’attore. Essendo un bravo pittore dipingeva per i soldati e per gli australiani: ho scoperto che alcuni suoi quadri sono rimasti laggiù, esposti a Canberra al Museo della Guerra".

Vannucci ha lanciato l’idea di una Associazione di figli e nipoti dei prigionieri di guerra australiani e sta raccogliendo adesioni e anche soddisfazioni: "Il giorno del novantesimo compleanno di mio padre è venuta da Canberra Marie Bell e gli ha consegnato le chiavi della città a nome del sindaco. E pochi giorni prima che morisse a 95 anni nel 2015, si presentò alla porta di casa una signora che parlava inglese: era la figlia del sergente capo di Cowra ed era venuta a trovarlo. Ci raccontò che mio padre le aveva fatto il ritratto da piccola".

Antonio Bumbaca, calabrese, durante la detenzione in India aveva imparato l’inglese così bene che all’arrivo a Cowra diventò l’interprete ufficiale. "In quella veste – ricorda con orgoglio il figlio Pierluigi, fotografo – incontrò anche il Governatore dell’Australia, Enrico di Gloucester, fratello di re Giorgio VI e zio di Elisabetta. Un giornale lo intervistò alla sua partenza per l’Italia: lui ventiseienne disse che voleva tornare laggiù perché era innamorato della figlia di un agricoltore e voleva sposarla. Ma non l’ha fatto".

A Zonderwater, profondo Sudafrica, era finito Aldo Passani, da Carrara, catturato a Capo Matapan prima che l’incrociatore Pola affondasse. Anche lui è tornato ben oltre la fine della guerra, nel 1946. "Non ci ha mai detto come mai – dice il figlio Franco –. Però dopo l’8 settembre il regime carcerario si era molto allentato per chi non si dichiarava fascista. Lui, perito elettrotecnico, veniva mandato in giro per le fattorie a fare lavoretti elettrici per guadagnare qualcosa con la promessa che i soldi sarebbero finiti in banca. Quando tornò a casa non pensò più a quel denaro, invece un giorno lo chiamarono dalla Banca d’Italia che erano giunte dall’Inghilterra 300 sterline a suo nome".

"È bellissimo scoprire – dice ancora Enrico Vannucci – che i propri cari non sono dimenticati, ci arricchisce il contatto con così tante persone". "La storia dei campi di internamento inglesi può farci scoprire tante cose", dice Pierluigi Bumbaca.

La guerra è bella anche se fa male: forse De Gregori si riferiva proprio a queste storie ricche di umanità.