Il pesce elettrico di Enrico Fovanna, la copertina
Il pesce elettrico di Enrico Fovanna, la copertina

Milano, 14 dicembre 2019 - Certi libri sono come i vini nobili: con l'invecchiamento migliorano. È il caso di 'Il pesce elettrico', di Enrico Fovanna, rieditato in questi giorni da Giunti nella collana Le Chiocciole. La prima edizione uscì nel 1996 ma ciò non toglie nulla alla sua limpida attualità perché il tema affrontato nel libro è la tragedia del popolo curdo - mai come ora risalito alla ribalta - rappresentato qui in forma di romanzo e perciò tanto più fruibile. La storia è un giallo, o meglio un mistery. Stefano, redattore di un quotidiano milanese, torna in Turchia, insieme ai colleghi Barbara e Alfredo, perché viene finalmente rilasciato il loro amico - più che collega - Pietro.

Pietro ha trascorso cinque anni in un ospedale psichiatrico turco, con l'accusa di aver fiancheggiato i ribelli del Pkk. Il suo rilascio dovrebbe essere una festa: per loro Pietro è sempre stato, oltre che un fraterno sodale, un mentore illuminato, e l'aspettativa di poter tornare a godere della sua saggezza li entusiasma. Ma qualcosa va storto: all'uscita del manicomio Pietro con una scusa si sottrae all'incaricato dell'ambasciata e scompare nel nulla. Misteriosa fuga volontaria o, piuttosto, soppressione di un pericoloso oppositore da parte della dittatura? 

Ci fermiamo qui per non anticipare troppo, perché di un giallo vero e proprio si tratta. Ma soprattutto perché i meriti del libro vanno ben al di là del plot puro e semplice. Fovanna ci fa entrare con maestria nel mondo magico di una Turchia nascosta e invisibile, misteriosa e affascinante, in cui si muovono figure indecifrabili che appaiono per quello che non sono. Chi è davvero Selene? E il misterioso albergatore di Bodrum? Il venditore di tappeti è realmente un commerciante o sotto la sua identità se ne cela un'altra, ben più misteriosa e oscura? Quali enigmatici legami, e con chi, Pietro ha intessuto in questi anni?

Fovanna ci introduce in una Turchia arcana e cangiante che assomiglia all'Arabia delle Mille e una Notte, in cui dentro una storia se ne cela un'altra e un'altra ancora, fino a far perdere al protagonista - e anche al lettore - la capacità di distinguere tra miraggio e realtà, alla continua e continuamente frustrata ricerca di una verità che sembra sfuggirgli di mano come il pesce elettrico del titolo. La vicenda si concluderà a Milano, con una scena delicata ed efficace, scolpita in modo sublime e geniale dalla tastiera dell'autore.

Enrico Fovanna

Perché uno dei molti pregi del libro è anche la scrittura: asciutta ed essenziale, levigata al tornio eppure capace di trasmettere dalla pagina i sapori, i profumi e i colori di una Turchia assolata, o di notti fatate in cui può accadere di tutto, che i sogni diventino realtà, e che la realtà svapori in una dimensione onirica. Aprire questo libro significa evocare atmosfere mediorientali, fascinose e misteriosi, crudeli e dolci come quei piatti che i protagonisti consumano, accompagnandoli con raki e acqua ghiacciata. La magia di questo libro è la leggerezza vaporosa con cui l'autore ci accompagna in una specie di grotta di Ali Babà, con i suoi tesori e le sue brutalità. Immagini dipinte con l'inchiostro che restano a lungo nella memoria.