14 mag 2022

Pedalando nella Storia

giovanni
Magazine

Giovanni

Morandi

Anche oggi è la cornucopia della dea Fortuna e può trasformare ragazzi sconosciuti in nomi celebrati come quelli di Coppi e Bartali ma è un po’ cambiata. Se è nata come mezzo che si associava all’idea della sfida e della velocità oggi è diventata il contrario, simbolo del vivere lento, pacato, silenzioso, armonico, che non si impone sull’ambiente. Eppure è sempre lei anche se è cambiato il modo in cui la vediamo noi. Probabilmente siamo cambiati noi. Perché lei in fondo è quella di sempre, sì, possono averla fatta diventare leggera come una farfalla, non è più pesante come prima, ma sempre di due ruote è fatta, che per magia volano se si pedala. E nonostante la sua mitezza non le manca il carattere, anzi spesso ne ha anche troppo a giudicare dallo scampanellio che ci perseguita se per caso sconfiniamo in qualche pista ciclabile senza averne i titoli per starci. In quel caso la bicicletta diventa una bandiera, un soggetto politico, un monito, un Vangelo, un’arma contro gli sciagurati che non rispettano le regole del vivere, che avvelenano l’aria, che sono schiavi dei motori. Insomma la bicicletta moralista e manichea. Cambiata ma rimanendo se stessa, come il leggendario giro d’Italia, che è la sua messa cantata, celebrazione di sapienze e appuntamento con la fortuna per gli atleti che si sfidano nella corsa. Tutto cominciò a Milano in una notte di maggio del 1909. Partirono di notte perché dovevano arrivare a Bologna, 400 chilometri di strada sterrata, le ore dall’alba al tramonto non sarebbero bastate. Cominciava un mito che fa trepidare ancora. E fa anche da Cicerone a questa bella Italia.

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