Si chiama “pre-apertura“. È come l’antipasto in una cena di gala. Ieri sera è toccato non a un’anteprima, ma a una riscoperta, una celebrazione, un omaggio. È stato proiettato, in una copia restaurata dalla Cineteca nazionale, Per grazia ricevuta (nella foto una scena). Il primo film da regista di Nino Manfredi, nato cento anni fa a Castro dei Volsci, Ciociaria. Della sua terra si era portato dietro l’accento e il disincanto, quel meraviglioso disincanto che disseminava in ogni film. Ieri, a raccontare suo padre, a ricordare momenti di vita vissuta, c’era il figlio...

Si chiama “pre-apertura“. È come l’antipasto in una cena di gala. Ieri sera è toccato non a un’anteprima, ma a una riscoperta, una celebrazione, un omaggio. È stato proiettato, in una copia restaurata dalla Cineteca nazionale, Per grazia ricevuta (nella foto una scena). Il primo film da regista di Nino Manfredi, nato cento anni fa a Castro dei Volsci, Ciociaria. Della sua terra si era portato dietro l’accento e il disincanto, quel meraviglioso disincanto che disseminava in ogni film. Ieri, a raccontare suo padre, a ricordare momenti di vita vissuta, c’era il figlio Luca. Fra le altre cose, anche regista del bel film televisivo su suo padre, In arte Nino, interpretato da Elio Germano.

Luca, lei in Per grazia ricevuta fu anche attore. che ricorda? "Fu la mia prima comparsata: mi davano cinquemila lire al giorno, a undici anni mi sembrava di toccare il cielo con un dito! Ma soprattutto ricordo i racconti di mio padre. Quel film nasceva dalla sua vita. Mio padre, ammalato di tubercolosi, fu ricoverato in ospedale senza speranza di guarigione, e ricevette persino l’estrema unzione. Fra i suoi compagni di sventura, era l’unico che non pregava: il caso ha voluto che fosse l’unico superstite".

Tutto questo finì nel film?

"Sì, nel senso che Per grazia ricevuta è un film sulla cattiva educazione religiosa, sulla superstizione che si confonde con la fede. Come diceva mio padre: “È la storia di un uomo alla ricerca di Dio, per dargli un calcio nel sedere“".

Suo padre aveva comunque un rapporto con Dio?

"Sì: ci parlava. Quando al telegiornale vedemmo la notizia di un pullman caduto in una scarpata con trenta ragazzini, per un colpo di sonno dell’autista, mio padre lanciò sul tavolo la forchetta urlando: “Ma come! Ma con tutto quello che puoi tu, nun lo potevi tené sveglio sto disgraziato?“ Si rivolgeva a Dio proprio come suo padre, emigrato in America, e ritornato ormai vecchio. Mio nonno gridava: “Signò, mi se’ fatto nascere a Castro de’ Volsci e m’hai mandato trent’anni in America… Ma tu lo sai ‘ndo sta l’America?“"

Una volta Nino fece il critico teatrale per papa Wojtyla…

"Ahah! Fu invitato dal papa ad assistere alla commedia che Wojtyla aveva scritto, La bottega dell’orefice. Alla fine il papa gli si avvicinò: “Manfredi, e voi non dite niente?“ E mio padre: “Santità, se ve posso da’ un consiglio, teneteve sto posto, che come commediografo così famoso non ce diventavate“".

Come vorrebbe che fosse ricordato oggi suo padre?

"Era un uomo che cercava sempre la perfezione. Dino Risi lo definiva “l’orologiaio“: cercava sempre un tic nuovo, un dettaglio per rendere vivo e credibile il suo personaggio. Giuliano Montaldo diceva che era un “cesellatore“ del copione. Ecco, io vorrei che fosse ricordato come un grande artista tenace, intelligente, dedito totalmente al suo lavoro. Che ha avuto l’amarezza di non ricevere mai un premio alla carriera".

Giovanni Bogani