di Letizia Cini Don Paolo. Questo il soprannome di Paolina, sorella “dimenticata“ di Giacomo Leopardi. Don Paolo, vuoi perché, religiosissima, l’unica figlia femmina dei dieci messi al mondo da Adelaide Antici e dal conte Monaldo, pregava e diceva messa. Ma, soprattutto, a causa degli abiti neri e dei capelli corti, che pochissimo aggiungevano alla già misurata avvenenza di cui Madre Natura l’aveva dotata. "Scarsamente bella ma immensamente intelligente e studiosa", rivela oggi Elisabetta Benucci, filologa e storica della letteratura, collaboratrice dell’Accademia della Crusca, nel libro Vita e letteratura di Paolina Leopardi (Firenze, Le Lettere). Attraverso epistolari e documenti, molti inediti e provenienti dalla consultazione delle carte conservate a Casa Leopardi a Recanati (Macerata), la studiosa tratteggia l’evoluzione di questa donna "colta e...

di Letizia Cini

Don Paolo. Questo il soprannome di Paolina, sorella “dimenticata“ di Giacomo Leopardi.

Don Paolo, vuoi perché, religiosissima, l’unica figlia femmina dei dieci messi al mondo da Adelaide Antici e dal conte Monaldo, pregava e diceva messa. Ma, soprattutto, a causa degli abiti neri e dei capelli corti, che pochissimo aggiungevano alla già misurata avvenenza di cui Madre Natura l’aveva dotata. "Scarsamente bella ma immensamente intelligente e studiosa", rivela oggi Elisabetta Benucci, filologa e storica della letteratura, collaboratrice dell’Accademia della Crusca, nel libro Vita e letteratura di Paolina Leopardi (Firenze, Le Lettere).

Attraverso epistolari e documenti, molti inediti e provenienti dalla consultazione delle carte conservate a Casa Leopardi a Recanati (Macerata), la studiosa tratteggia l’evoluzione di questa donna "colta e forte", come la definì il fratello maggiore, dalla “prigionia domestica” (durata ben 57 anni), al riscatto, avvenuto solo nella seconda parte della sua vita, alla morte della madre "dispotica e anaffettiva".

Un’esistenza triste, quella di Paolina nella casa natale...

"Molto, costretta alla segregazione dal rigido sistema familiare: “Io vorrei che tu potessi stare un giorno solo in casa mia, per prendere una idea del come si possa vivere senza vita, senza anima, senza corpo”, scriveva nel 1831. Solo in tarda età riuscì a godere della sua “stagion lieta” e a conoscere il piacere della libertà, dei viaggi, delle relazioni affettuose, delle vanità".

Il motivo della prigionia?

"La gelosia del padre e il fatto che, non avendo una gran cifra a disposizione per farle la dote, i genitori si fossero dedicati con scarsissimi risultati alla ricerca di un marito per lei".

Giovanissima, Paolina ripiegò vergando giorno e notte lettere, biglietti, appunti.

"Il tempo non le mancava e l’intelligenza neanche. Non dimentichiamo che fu autrice di diverse traduzioni dal francese e di una biografia di Mozart. Terzogenita, dopo Giacomo e Carlo, Paolina conservava tutti gli scritti, tranne le lettere ricevute che distruggeva subito, per timore che i genitori le potessero leggere. Con i suoi i appunti, mise insieme un vero e proprio “zibaldone”. Il suo, però, a differenza di quello ben più famoso del fratello, non contiene riflessioni o considerazioni personali, ma solo trascrizioni, come era d’altronde uso comune all’epoca".

Nonostante i tempi e il luogo in cui visse, riuscì a formarsi un’ampia e profonda cultura.

"Studiò il latino, testi classici e biblici, si avvicinò alla prosa straniera, imparando in modo eccellente il francese, oltre a leggere e a tradurre l’inglese e il tedesco. Si dedicò alla storia e si appassionò alla musica. Scriveva, e anche questo è un dato di non poco conto per l’epoca, in un italiano corretto e preciso".

Collaborò con il fratello?

"Per decenni Paolina visse un rapporto intenso, di affetto e stima reciproci, con lui. Un vero e proprio sodalizio, finché Giacomo rimase a Recanati. Quando era ammalato e il suo doloroso e frequente disturbo agli occhi gli impediva di applicarsi allo studio o di leggere o di scrivere, era lei che trascorreva ore e ore in una camera buia al suo fianco; lei che ascoltava i suoi discorsi, raccoglieva le sue confessioni, la testimone dei suoi progetti, dei sogni, delle illusioni del fratello geniale".

Giacomo le leggeva, o faceva vedere anche i versi che andava scrivendo?

"Non solo: Paolina gli prestò la mano e la sua firma, vergando lettere per lui e ricopiando, sotto dettatura, le sue poesie. Sfortunatamente il rapporto fra i due si incrinò".

Quali furono le cause?

"Dopo la partenza di Giacomo da Recanati, nel 1830, subentrarono profonde divergenze, principalmente per motivi politici, ideologici e religiosi. Paolina si schierò dalla parte del padre, condividendone le idee cattoliche e reazionarie. L’ateismo di Giacomo per lei era impensabile, inaccettabile... e anche il loro rapporto epistolare subì un cambiamento. Si registrano vuoti, Paolina tace a lungo".

La reazione del poeta?

"Se ne rammarica: “Scrivimi”, chiede nel 1835 da Napoli. “Tu dici un milione di cose, ma intanto sei stata più di un anno senza dirmi nulla - la rimprovera con dolcezza - . Io, cara Pilla, muoio di malinconia”. Lei non andò mai a trovarlo, nonostante fosse gravemente malato. Dopo due anni, l’addio senza rivedersi".