Milano, 31 marzo 2017 - PER ANNI è stata una donna in guerra, ma ora Paola Turci dice di aver firmato un armistizio con quella che vede riflessa ogni mattina nello specchio. «Io mi sono presa me stessa e a lei ho lasciato il giudizio degli altri – spiega –. Oggi non mi chiedo più se piaccio o no, se qualcuno incrociando il mio sguardo deformato s’intenerisce pensando ‘poverina, che sfortuna quel Ferragosto del ’93 quando sulla Salerno-Reggio Calabria una distrazione al volante le ha cambiato la vita’. Oggi non mi faccio più domande. Ho fatto pace con le mie cicatrici».

Il “secondo cuore” che dà titolo all’album con cui la cantante romana torna oggi sul mercato è proprio quel posto in cui è rinata: la musica.

«Enzo Avitabile mi ha suggerito una definizione così perfetta del luogo dove voglio abitare – le canzoni, l’ispirazione, le emozioni – che l’ho voluta nel titolo del disco» spiega Paola, sottolineando che Avitabile è solo uno dei tanti ospiti di questa sua dodicesima fatica in studio, prodotta da Luca Chiaravalli e impreziosita dai contributi pure di Giulia Ananìa, Marta Venturini, Fabio Ilacqua, Niccolò Agliardi e Fink: 11nuove canzoni per voltare pagina dopo il punto sul passato fatto dalla raccolta “Io sono” e dal monologo teatrale ispirato all’autobiografia “Mi amerò lo stesso”.

A Sanremo “Fatti bella per te” ha restituito al pubblico la Turci che aspettava da tanto, forse troppo, tempo.

«Sono andata al Festival cosciente di osare, ma era un rischio abbastanza calcolato. L’unica cosa che non potevo prevedere era la reazione del pubblico. Sono una fatalista positiva, perché penso che il tempo aggiusti le cose per il tuo meglio non per il tuo peggio. Quando proposi ‘Attraversami il cuore’ e non fui presa, mi dissi: doveva andare così. Effettivamente in quel provino c’era la canzone, ma non c’ero io. Stavolta invece ero così convinta da fare una cosa mai azzardata prima: chiamare di persona Carlo Conti per propormi».

Perché mai?

«Perché mi ritrovo addosso una voglia di vita che non ho mai avuto. A 52 anni guardare avanti significa avere la consapevolezza che ci resta da vivere meno di quanto abbiamo già vissuto e che se hai perso tempo da qualche parte in passato ora non te lo puoi più permettere».

Ma qual è stato il fattore scatenante?

«Libro e monologo. Innanzitutto l’esperienza teatrale mi ha ridato la memoria,: mai avrei pensato di riuscire ad imparare un intero testo. E invece... Poi tornare in forma a questa età, perdere 15 chili, ritrovare la mia fisicità e quindi un rapporto sereno con il mio corpo. Mi sono finalmente liberata dalla cicatrice e, anzi, ho iniziando a guardarla come una grande lezione di vita e una certa gratitudine per avermi insegnato ad andare oltre lo specchio».

In un incidente identico al suo a Dj Fabo è andata molto peggio.

«In un modo o nell’altro sfregi e fratture si riparano, certi altri traumi no. Bisognerebbe poter avere una morte assistita nel proprio Paese, attorniati dall’affetto dei propri cari. Trovo la chiusura dello Stato su certi temi una mancanza di empatia assoluta col sentire comune».

E se il danno irreversibile non è nel corpo, ma nella mente del malato come nel caso di Lucio Magri, ad esempio, vale lo stesso discorso?

«L’eutanasia è diversa dalla morte assistita ma, se il motivo è davvero serio, penso di sì. Pure la depressione profonda può portarti al suicidio e allora che differenza passa tra il buttarsi dal settimo piano o scegliere il pentobarbital? Sono favorevole a queste forme di fine vita, ma, come per l’aborto, non senza criteri chiari e molto rigorosi».

Libro e monologhi sono arrivati dopo la fine del suo matrimonio.

«Non mi sono chiesta dove avevo sbagliato al momento della separazione, ma quando ho cominciato a stare male. Quando Andrea (Amato, giornalista - ndr) mi aveva chiesto di andare a vivere assieme, fedele alle mie convinzioni ero stata proprio io a pretendere di sposarci. Se torno indietro di sette anni, oggi mi rivedo con grande tenerezza».

Nel disco c’è una canzone in romanesco, “Ma dimme te”.

«Nasce da una poesia in dialetto di Giulia Anania intitolata ‘L’amore è un accollo’. Ascoltandola mi sono tornate alla mente mia nonna, mia madre, la romanità verace di Anna Magnani. Quella del set. Inizialmente avevo inciso io pure la parte maschile e m’era uscito Califano; poi ho pensato a Marco Giallini e l’ho chiamato. ‘Ma dimme te’ il secondo pezzo che avevo proposto a Conti per Sanremo».

Ha fatto scalpore la sua affermazione che «l’erotismo è donna».

«Nessuna sorpresa. Già in un’intervista a Babilonia, 23 anni fa, bastò la risposta ‘non sono lesbica, ma se lo fossi non avrei timore a dirlo’ per scatenare sui giornali commenti pieni di punti interrogativi. Quando parlo di erotismo al femminile penso alla Annie Lennox con la camicia slacciata e il reggiseno a vista del ‘Revenge tour’ che vidi al Palaeur nell’86. Un concentrato di femminilità e sensualità insuperabili».