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31 mag 2022

Pahor, lo scrittore che (ri)nacque a 90 anni

Addio a 108 anni al narratore sloveno di Trieste, a lungo inedito in italiano. La lettera del ’96 con l’annuncio della traduzione di ’Necropoli’

31 mag 2022
lorenzo guadagnucci
Magazine

di Lorenzo Guadagnucci Correva l’anno 1996 e Boris Pahor, che di anni ne aveva già 83, era uno scrittore pressoché sconosciuto non solo in Italia ma perfino nella sua città, Trieste, che ha prodotto sì grandi scrittori, ma non si è mai curata dei tesori nascosti nella sua negletta minoranza. Eppure Boris Pahor, sloveno di Trieste, morto ieri alla bella età di 108 anni, era a quel tempo un romanziere già tradotto (e spesso premiato) in francese, inglese, tedesco. Ma non in italiano. Nel ’96 dunque Le Monde, giornale francese fra i più prestigiosi in Europa, riservò uno dei suoi rinomati “Portrait“ – una pagina intera dedicata a un personaggio – proprio allo scrittore triestino, sull’onda del successo incontrato in Francia da Printemps difficile (Una primavera difficile), il romanzo uscito in sloveno nel 1958 e incentrato sulla convalescenza in Francia, con tanto di storia d’amore con un’infermiera, del protagonista – alter ego dell’autore – reduce da lunghi mesi di prigionia nei lager nazisti, dov’era stato internato col triangolo rosso, quello riservato agli oppositori politici. Pahor in quel 1996 era del tutto inedito in lingua italiana: lui – laureato a Padova – ex professore d’italiano nei licei sloveni della sua città e autore ormai di una ventina di apprezzati romanzi. Al cronista che lo interrogava interdetto, rispondeva serafico, quasi rassegnato: "Io scrivo nella mia lingua madre e nessun editore ha mai voluto tradurre i miei libri in italiano. Purtroppo nel resto d’Italia si stenta perfino ad ammettere che a Trieste ci sia una comunità slovena con una propria cultura..." Proprio a Trieste, tuttavia, cominciava l’invisibilità di Pahor e dell’intera cultura slovena: un velo di non comunicazione separa da sempre gli italofoni dalla minoranza, composta da persone nominate nel dialetto locale, con una spunta di disprezzo, “s’ciavi“, cioè slavi ma anche schiavi. Nemmeno Angelo ...

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