27 mar 2022

Oscar a "Coda". Will Smith tra cazzotti e lacrime

Per la regia vince Jane Campion. Migliore attrice Jessica Chastain. Non protagonista Ariana DeBose: "Sono gay e qui c'è un posto per tutti". Migliore attore non protagonista Troy Kotsur: la sala applaude col linguaggio dei segni. "E' stata la mano di Dio" battuto da "Drive My Car". Per l'Ucraina un minuto di silenzio 

chiara di clemente
Magazine

Los Angeles, 28 marzo 2022 - E' "Coda" il trionfatore degli Oscar 2022. Tre statuette su tre nomination: miglior film, sceneggiatura non originale e attore non protagonista. "Coda: I segni del cuore", diretto dalla regista 44enne americana Sian Heder, su una ragazzina che insegue il suo sogno di cantante, unica non sorda né muta della sua povera allegra e solidale famiglia di pescatori del Massachusetts, è il remake - per non dire il "copia e incolla" - del film francese del 2014 "La famiglia Bélier". Il suo trionfo _ che segna il primo della storia Academy di un film di una piattaforma streaming come Apple e non di una Major _ ha comunque assicurato un momento di autentica commozione quando Troy Kotsur nel ricevere la statuetta come miglior attore non protagonista è stato applaudito dall'intera sala delle stelle del Dolby Theather  con lo sfarfallio (e non il rumore) delle mani, e lui - sordo - ha ringraziato col linguaggio dei segni: "Il mio premio è per la comunità dei disabili, questo è il nostro tempo". "Coda" è l'acronimo di "child of deaf adult(s)", bambini di figli sordi.  L'Oscar alla regia va alla maestra neozelandese Jane Campion, 67 anni, per "Il potere del cane": "Lo dedico a Thomas Savage, che ci ha raccontato la crudeltà e il suo opposto, la gentilezza". "Il potere del cane", sui veleni della misoginia esplicita e dell’omosessualità repressa che trasformano il mito americano dei cowboy di un West al crepuscolo in un incubo preveggente, è la visionaria, potente, ambigua reinterpretazione del romanzo che Savage ha scritto nel ’67 e che si trova in Italia edito da Neri Pozza. Nulla di fatto per Sorrentino: a vincere l'Oscar 2022 per il miglior film internazionale è il giapponese "Drive My Car". Nulla di fatto anche per Enrico Casarosa e il suo film d'animazione "Luca" (il miglio cartoon è "Encanto") e nulla per Massimo Cantini Parrini: era in gara per i costumi di "Cyrano", hanno vinto quelli di "Cruella".

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È stata la mano di Will: il cazzotto e le lacrime

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Chiamato al Dolby Theater per presentare l'Oscar al miglior documentario (che va a "Summer of Soul"), il comico Chris Rock scherza sulle coppie in sala: "Se Penelope Cruz perde, Bardem non può vincere: vi giuro Javier sta pregando perché vinca Will Smith". Poi, rivolto a Will, fa una battuta sull'alopecia di Jada Pinkett ("Vorrei tanto vederti nel sequel di "Soldato Jane", il  film dove c'era Demi Moore tutta rasata). Will evidentemente non gradisce: si alza dalla sedia, arriva sul palco, tira un cazzotto, uno schiaffone a Chris. Sembra una gag, in realtà è furia pura: tornato a sedere gli urla: "Non osare mai più mettere il nome di Jada nella tua bocca di m...".  Poco dopo Will Smith ritira l'Oscar per la sua interpretazione del padre delle supercampionesse Venus e Serena Williams che in "King Richard" con costanza, orgoglio, ostinazione ai limiti del parossismo - in perenne bilico tra la dedizione e l'ossessione - salva le figlie dal ghetto consegnandole ai trionfi internazionali. Ritira il premio e piange: "Richard Williams è stato un difensore accanito della sua famiglia. In questo momento io sono sopraffatto da quello che Dio mi chiede di fare.  Sono stato chiamato nella mia vita ad amare le persone, a proteggere le persone, le colleghe sul set, a essere un fiume per la mia gente. So che per fare quello che facciamo, dobbiamo essere in grado di sopportare le offese, di sopportare quello che le persone dicono di noi. Fa parte di questo lavoro sapere che ci sono persone che ti mancano di rispetto. E bisogna sorridere e fingere che vada tutto bene. Denzel Washington mi ha detto: è nel momento più alto che il diavolo viene a tirarti la manica... E' così. Io voglio essere un veicolo d'amore, il veicolo della forza della famiglia Williams. Mi scuso con l'Academy. Non lo so... L'arte imita la vita e io forse mi sto comportando come un padre pazzo, come Richard. L'amore ti fa fare pazzie...Ringrazio mia madre". E giù lacrime.  

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Jessica e Giulietta

Jessica Chastain, 45 anni, è la migliore attrice protagonista grazie al film "Gli occhi di Tammy Faye" in cui incarna la telepredicatrice Usa scomparsa nel 2007 che ha trascorso la vita tra fede, scandali finanziari e lotta per i diritti dei gay. Sullo schermo (in Italia è su Amazon) la Chastain fa rivivere le passioni le contraddizioni e anche le impressionanti trasformazioni  fisiche della donna nel corso di almeno trent'anni. Sul palco Jessica parla della disperazione che può portare al suicidio: "C'è bisogno d'amore, di atti radicali d'amore. C'è bisogno che nessuno si senta solo, c'è bisogno del diritto per tutti di essere accettati per quello che si è". Poi in italiano scandisce: "Mio tesoro Giulietta, sei il mio cuore": è la dedica alla figlia avuta dal marito italiano Gian Luca Passi.  

Orgoglio Queer 

Ad Ariana DeBose va l'Oscar per la migliore attrice non protagonista: "Una ragazza Queer, una ragazza gay è qui e festeggia: c'è un posto per noi, c'è un posto per tutti", dice l'Anita di "West Side Story".  La sua performance nel remake del musical a firma Spielberg illumina da sola la pellicola; cantante, ballerina la DeBose, 31 anni, attivista delle comunità Lgbt+ e afrolatina vince nello stesso ruolo in cui vinse alla sua stessa età, 60 anni fra, Rita Moreno che è ora tra le produttrici del kolossal. Ariana ritira il premio citando la famosa canzone che è lei stessa a intonare nel film: "Ecco perché si dice 'voglio essere in America'. Perché in questo mondo folle si possono comunque realizzare i sogni".  A Kenneth Branagh per "Belfast" l'Oscar per la sceneggiatura originale ("Ho voluto raccontare la storia delle perdite, delle persone che perdiamo ma che continuiamo a ricordare"). Per Branagh, 61 anni, è il primo Oscar della carriera dopo 8 nomination (anche da attore e regista), la prima nel '90.  Sei gli Oscar (soprattutto tecnici) al kolossal Dune, unico dei film in competizione ad aver raggiunto incassi record al botteghino. "Coda" non è mai uscito in sala (è di Apple Tv e ora è su Sky), "Il  potere del cane" è uscito solo su Netflix.  L'Oscar per la migliore canzone originale va alla ragazza-fenomeno Billie Eilish, che lo ritira col fratello Finneas, per "No Time To Die", 007.

Il caso Ucraina

Le tre conduttrici Regina Hall, Amy Schumer e Wanda Sykes impostano lo show all'insegna del ritmo, della leggerezza e del sarcasmo. La Sykes - la veterana delle tre - infila una battuta dietro l'altra: "L'Academy ha scelto tre donne perché costano comunque meno di un solo uomo", "Complimenti a Jane Campion, ho visto il suo film una volta e sono già quasi a metà". Anche Amy Schumer azzecca le sue: "Finalmente dopo tanti anni qui a Hollywood un film su due grandi donne, le sorelle Williams, infatti il protagonista è il loro papà Will Smith", "Grazie a  Leonardo DiCaprio che sta facendo tanto per lasciare un pianeta migliore alle sue fidanzate". E' l'inizio scoppiettante, poi si va di premi, e celebrazioni. Il tutto, in attesa del momento dedicato all'Ucraina. "Sarà uno spazio onesto e sentito, come devono essere trattati questi difficili momenti", avevano preannunciato la Hall e la Skyes al New York Times. E lo spazio è stato un minuto di silenzio, un cartello proiettato in tv, con scritto: "Anche se il cinema è una strada importante per esprimere la nostra umanità in tempi di conflitto, la realtà è che milioni di famiglie in Ucraina hanno bisogno di cibo, cure mediche, acqua e servizi di emergenza. le risorse sono scarse e noi come comunità globale possiamo fare di più. Vi chiediamo di sostenere l'Ucraina in ogni forma. #Standwithukraine". Momento preceduto dalle parole di Mila Kunis, star hollywoodiana nata nella "piccola Vienna" Cernivci: "Nelle ultime settimane, il mondo è rimasto scioccato da un'invasione non provocata e da un atto di aggressione". Secondo il New York Times Zelensky avrebbe espressamente fatto pressioni sui vertici dell'Academy per poter parlare in diretta nel corso dello show: per Sean Penn una censura a tale intervento rappresenterebbe "la pagina più nera della storia di Hollywood", cui rispondere  "dando fuoco e fondendo" in gesto di protesta i suoi due Oscar.   

I tre giganti e i momenti "cult" 

A rivolgere un pensiero all'Ucraina è anche Coppola che è al centro della celebrazione del mezzo secolo del "Padrino" e sale sul palco con Robert De Niro Al Pacino: ai tre vecchi giganti è dedicata la standing ovation della sala. Altra celebrazione, dai toni vintage, è dedicata ai sessant'anni di 007. Nel classico sipario "in memoriam" vengono ricordati tra gli altri Sidney Poitier, William Hurt, Peter Bogdanovich, Belmondo, Ivan Reitman (con omaggio di Bill Murray), la direttrice della fotografia ucraina Halina Hutchins uccisa per errore da Alec Baldwin sul set di "Rust" e la nostra Lina Wermuller. Monica Vitti non contemplata. Reunion per i tre eroi di "Pulp Fiction" Uma Thurman, John Travolta (pelato con barba) e Samuel L. Jackson (Oscar alla carriera) chiamati a consegnare la statuetta al migliore attore (Will Smith). Sorpresa Liza Minnelli: sulla sedia a rotelle affianca Lady Gaga nell'annuncio dell'Oscar al miglior film.  

 

Il red carpet

Vincono l'Oscar dello stile sul red carpet Timothée Chalamet in completo nero, con la giacca inondata di brillantini che svela con nonchalance il torso nudo modello Damiano dei Maneskin, e una Zendaya mozzafiato con una lunga gonna di brillantini argentati e top bianco di seta. Kristen Stewart è supersexy in pantaloncini cortissimi neri e camicia bianca scollatissima; Andrew Garfield romantico: giacca di velluto rosso scuro, camicia nera con fiocco al modo degli anarchici. E poi Judi Dench: 87 anni, candidata come migliore attrice non protagonista per il suo straordinario ruolo della nonna di Kenneth Branagh in "Belfast", la signora è inarrivabile, un monumento tutto bianco di grazia e nobiltà. Risplendono di rosso Kirsten Dunst (col marito Jesse Plemons, entrambi candidati per "Il potere del cane") e Ariana DeBose: la prima in lungo classico, la seconda geometrica e destrutturata, spumeggiante ("Valentino", sottolinea lei).  Rosse in lungo anche Marlee Matlin e Jennifer Garner, belle in rosa Jessica Chastain e Zoe Kravitz. Billie Eilish è tutta nera: neri i capelli (non più biondi) nero l'abito tenda drappeggiato in cui si nasconde, o quasi. Tutta azzurra Nicole Kidman con abito dall'improbabile sbuffo anni Cinquanta, omaggio (forse non riuscitissimo) alla regina della commedia tv Lucille Ball la cui interpretazione in "Being The Ricardos" l'ha portata all'ennesima candidatura da migliore protagonista. Paolo Sorrentino affronta la passerella sfoggiando una spilla con scritto 'Con i rifugiatì'. Molte le spillette gialle blu pro Ucraina indossate dai divi.

La Russia nel film giapponese

"Drive My Car", la bellissima opera di Ryusuke Hamaguchi  che ha battuto "E' stata la mano di Dio" di Sorrentino, è incentrata sull’elaborazione del lutto e sulla capacità salvifica – rispetto ai nostri sensi di colpa, rispetto alla capacità di continuare a essere umani – dell’arte. Colpisce che quest’arte che salva, nel film tratto da un racconto di Murakami e ambientato in parte in un luogo simbolo assoluto dell'incubo della guerra come Hiroshima, sia una pièce teatrale in cui non c’è rimedio al dolore degli sconfitti, ma nonostante tutto c’è il reclamo al loro diritto di vivere. Questo teatro salvifico, nel film giapponese, è  il teatro russo: Zio Vanja, Ma Cechov non è stato citato nei ringraziamenti del cineasta 43enne. Il film "Drive My Car", come il vincitore "Coda", come "Dune", "King Richard" e "Summer of Soul", è visibile in questi giorni su Sky. 

 

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