Amanda Seyfried e Gary Oldman in una scena di "Mank" di David Fincher
Amanda Seyfried e Gary Oldman in una scena di "Mank" di David Fincher

Roma, 24 aprile 2021 - Fra i magnifici otto in corsa per l’Oscar del miglior film 2021, quello che arriva alla cerimonia di domenica 25 aprile (in Italia diretta su Sky Uno e in chiaro su Tv8, nella notte tra il 25 e il 26, dalle 00.15) con il maggior numero di nomination (10) non è né il vero superfavorito alla vittoria finale, né quello che ti rimane nel cuore (tipo "Nomadland"). "Mank" di David Fincher è di contro un film che rimane profondamente nel cervello, o che rimane profondamente almeno nel cervello dei fanatici di Orson Welles.

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Prodotto da Netflix - che all’Oscar 2019 non ha mancato di trionfare grazie a "Roma" di Cuarón -, visibile sulla piattaforma streaming da mesi ma da lunedì 26 finalmente anche nei cinema italiani che riapriranno, "Mank" vede gigioneggiare (per molti giganteggiare) sullo schermo per le sue oltre due ore di durata Gary Oldman nei panni dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz (1897 - 1953), fratello maggiore del regista più famoso di lui Joseph L. Mankiewicz ("Eva contro Eva", "Cleopatra") ma soprattutto – nel film – raffinato intellettuale tutto alcol & passione comunista sbandierata senza tregua  dall’alto dell’eloquio caustico dinnanzi ai reazionari vertici degli studios hollywoodiani (Louis B. Mayer, Mgm) e in particolare dinnanzi al diabolico potentissimo magnate dell’editoria William Randolph Hearst.

Il film di David Fincher si focalizza sul momento in cui Mank è chiamato a scrivere la sceneggiatura di "Citizen Kane" di Orson Welles, e attraverso una serie di flashback ricostruisce come tutta la creazione del personaggio protagonista di "Quarto Potere", Charles Foster Kane, altro non sia che il frutto dei rapporti personali - frequentazione di feste, cene, dialoghi e scontri - intercorsi tra Mank e Hearst, di cui Kane è appunto la rappresentazione filmica. In tutto questo processo creativo, Orson Welles - sottolinea il film di David Fincher - c’entra poco o nulla: compare nel film tipo due o tre volte, esagitato e arrogante, una specie di adulto bambino viziato (all’epoca di "Quarto Potere", uscito nel 1941, Welles era celeberrimo ma aveva solo 24 anni ed era all'esordio nel cinema) di cui liberarsi soddisfacendone velocemente i capricci. Un mezzo farabutto, alla fine, un ingrato traditore che cerca di rubare a Mank la paternità del suo capolavoro.

Che sia Mank il vero autore di "Quarto Potere" è - come ormai arcinoto -  la tesi sostenuta dalla critica del “New Yorker“ Pauline Kael nel ‘71, tesi che si basava perlopiù sulle testimonianze della segretaria dello sceneggiatore.  Una tesi che è stata oggetto di molte critiche e smentite. E che lo stesso "New Yorker" nei giorni scorsi, in un lunghissimo articolo a firma di Alex Ross, ha per l'ennesima volta smontato, pubblicando anche le correzioni autografe di Welles apportate alla sceneggiatura originale di Mank, tratte dal sito Wellesnet.com. “Il problema più profondo è che questi film perpetuano dubbi cliché biografici su Welles, caratterizzandolo come un tiranno, un ciarlatano o un ubriaco – scrive Ross facendo riferimento anche ad altri film su Welles, come "RKO 281" (1999),  "Cradle Will Rock" (1999), "Me and Orson Welles" (2009), ma soprattutto prendendo di mira la sceneggiatura di "Mank" scritta dal padre scomparso di Fincher, Jack – . Il critico Joseph McBride ha analizzato il sottogenere: i registi – continua Ross – sono così intimiditi dall’influenza di Welles che sentono di doverlo abbattere. Possono anche nutrire un rancore costante nei confronti di un regista che non ha mai trovato un posto all’interno del sistema hollywoodiano e quindi non ha mai dovuto scendere a compromessi con esso. E  tale ansia sembra affliggere David Fincher". Non solo: "Alcune scene di "Mank"  sembrano progettate per dotare Mankiewicz di una coscienza politica“, scrive ancora Ross, e il riferimento è al sostegno che Mank nel film dà alla campagna del candidato Democratico ed ex del Partito Socialista Upton Sinclair, fatto che non trova riscontri nella storiografia cinematografica: "Scene fatte per motivare il taglio anticapitalistico di "Citizen Kane". Dal film di Fincher non verrai mai a sapere che era  Welles quello accusato di essere di  sinistra, che ha fatto una crociata a nome del New Deal, che ha denunciato la violenza della polizia contro i neri". E che - va aggiunto - pagò per tutta la vita, allontanato dagli Studios, boicottato, emarginato, sbeffeggiato, la presa di posizione politica di Citizen Kane: Welles con quell'opera-capolavoro e col suo genio sovversivo attaccò, minò al cuore il sistema d'abuso del potere (fin nei rivoli dei suoi rapporti avvelenati coi mass media) e il sistema hollywoodiano, e questo l'America degli Hoover non glielo ha mai perdonato. Mai, fino alla morte e oltre, anche adesso. Altro che Mankiewicz.

Fincher, 58 anni, ha diretto grandi film, alcuni molto riusciti, altri comunque popolarissimi: la bomba ad orologeria "Seven" (’95), il cult "Fight Club" (’99), poi "Zodiac", "Benjamin Button", "The Social Network", "Gone Girl", alcuni episodi tv di "House of Cards" di cui è stato produttore dal 2013 al 2018. Insomma ha il suo bello “status“ di autore brillante e celebrità hollywoodiana, ma con "Mank" - che si avvale comunque della presenza  luminosa e gentile dell'attrice Amanda Seyfried, candidata tra le non protagoniste - ha probabilmente voluto realizzare  il suo lavoro artisticamente più ambizioso: e il bello è che le soluzioni registiche di “Mank“ ricalcano pedissequamente – lapsus freudiano? – quelle inventate da Welles in Citizen Kane, con i flasback di cui sopra, e la profondità di campo su tutto.

"Quarto Potere lo abbiamo amato totalmente perché era un film totale – scrisse Truffaut – : psicologico, poetico, drammatico, comico, barocco. È nello stesso tempo un’opera prima per il suo aspetto di fourre-tout sperimentale e un’opera testamento per la sua pittura globale del mondo. È il film che riassume tutti i film precedenti e prefigura tutti quelli a venire“. Nell’uso del sonoro, nei trucchi usati per la profondità di campo e il tutto al servizio del racconto delle lacerazioni di cui è fatta la vita, niente si può conservare: né giovinezza, né potenza, né amore: “Orson Welles – ancora Truffaut – con Citizen Kane è il solo grande temperamento visivo che sia emerso dopo l'invenzione del cinema sonoro“.  Chi è David Fincher? Uno che di Welles dice: “Un genio, sì, ma  anche uno showman, talento monumentale e immaturità grossolana, hybris delirante". A noi la scelta.