"Io sono una bambina vecchia". Per essere Ornella Vanoni, non occorre l’hit-parade, basta un pensiero. E quella capacità di essere ’Unica’ come la dipinge l’ultimo album, dato alle stampe all’età di 86 anni smentendo il sottotitolo del predecessore ’Meticci’ ("Io mi fermo qui"). "Nel ‘61 Silverio Blasi mi offrì d’interpretare ‘Idiota’ di Achard dicendo: ’se porti in teatro il tuo lato infantile, ti do il ruolo di protagonista’. Lo feci". A scuola era brava in disegno, canto, e pallavolo. Perché alla fine ha scelto il canto? "Prima ho scelto il teatro, poi la musica. Ma poi sono tornata al teatro e poi ancora alla musica". Sua madre pianse quando scoprì la relazione con Strehler, che aveva tredici anni più di lei. "Non solo era più grande di me, ma era pure sposato. E al tempo non c’era il divorzio. Giorgio era un regista e allora nella borghesia milanese c’era l’idea che il teatro fosse un luogo di perdizione. Invece si lavorava come cani. Papà mi disse: ’non puoi fare questo ai tuoi genitori’. Ma io avevo scelto". Pur apertissima, ci sono argomenti davanti ai quali nelle interviste di solito passa oltre, uno è gli eccessi di Strehler. "Gli eccessi di Giorgio li ho vissuti, condivisi, poi mi sono stancata e mi sono staccata da lui per quello. Mi adorava e so che andandomene l’ho fatto molto soffrire, tant’è che mi ha...

"Io sono una bambina vecchia". Per essere Ornella Vanoni, non occorre l’hit-parade, basta un pensiero. E quella capacità di essere ’Unica’ come la dipinge l’ultimo album, dato alle stampe all’età di 86 anni smentendo il sottotitolo del predecessore ’Meticci’ ("Io mi fermo qui"). "Nel ‘61 Silverio Blasi mi offrì d’interpretare ‘Idiota’ di Achard dicendo: ’se porti in teatro il tuo lato infantile, ti do il ruolo di protagonista’. Lo feci".

A scuola era brava in disegno, canto, e pallavolo. Perché alla fine ha scelto il canto?

"Prima ho scelto il teatro, poi la musica. Ma poi sono tornata al teatro e poi ancora alla musica".

Sua madre pianse quando scoprì la relazione con Strehler, che aveva tredici anni più di lei.

"Non solo era più grande di me, ma era pure sposato. E al tempo non c’era il divorzio. Giorgio era un regista e allora nella borghesia milanese c’era l’idea che il teatro fosse un luogo di perdizione. Invece si lavorava come cani. Papà mi disse: ’non puoi fare questo ai tuoi genitori’. Ma io avevo scelto".

Pur apertissima, ci sono argomenti davanti ai quali nelle interviste di solito passa oltre, uno è gli eccessi di Strehler.

"Gli eccessi di Giorgio li ho vissuti, condivisi, poi mi sono stancata e mi sono staccata da lui per quello. Mi adorava e so che andandomene l’ho fatto molto soffrire, tant’è che mi ha inseguita per anni finché non ha trovato un altro amore, Andrea Jonasson".

Tognazzi la definì ’la donna più intelligente della sua vita’.

"Quando me lo disse Giorgio avevo un’idea di me talmente a livello parquet da non riuscire a credergli, a Tognazzi, invece, credetti un po’ di più; anche se la cosa non ha accresciuto la mia fiducia. Per gli uomini spesso vale l’equazione bella e scema, ma non è così. C’è una frase di Marguerite Yourcenar ne ‘Le memorie di Adriano’ che dice: ’che tristezza le donne che sono vissute sulla loro bellezza’".

La timidezza le ha creato dei problemi?

"Mi hanno dato della snob, della stronza. Ma io non sono mai stata né snob né radical chic… casomai solo chic".

Pubblicare un disco d’inediti alla sua età è un’impresa.

"Puoi farlo solo se il tuo corpo te lo permette, se la tua gola te lo permette, se la tua testa te lo permette. E la testa si salva con l’ironia. La vecchiaia senza ironia è una cosa da spararsi. Guccini ha un’età e non ci vede quasi più, ma conserva intatta la sua ironia. Quelli abituati a prendersi troppo sul serio sono un peso, ma un peso…".

Strehler le disse di avere un grande talento ma non i nervi per reggerlo. L’"imbarazzo dentro al vanto" di cui parla in ’Unica’ nasce da lì?

"Giorgio aveva ragione. Prima il successo delle canzoni della mala, poi ‘L’idiota’ e il Premio San Genesio come miglior attrice dell’anno… tutto era accaduto troppo in fretta e la cosa mi aveva molto impaurita. Non dormivo quasi più. Ansia ce l’ho ancora. Beato Albertazzi che non sapeva cosa fosse. E così Paoli".

Conoscere la fragilità dell’artista non le ha impedito di definire Tenco "un soccombente".

"È una mia opinione su cui Gino non concorda perché lo ricorda come un ragazzo molto allegro. Io quel ragazzo l’ho conosciuto e non mi sembrava tanto allegro. Forse lo era stato in gioventù, a Genova, ma quando venne a Milano no. Come si fa a togliersi la vita e a lasciare un biglietto puntando il dito su ‘Io, tu e le rose’ di Orietta Berti. Non ha senso. Stava male, molto male, perché al Festival gli avevano cambiato il testo della canzone. E poi c’era Dalida, grande passione, che forse, però, non era dentro la sua testa come si crede".

La Berti s’è trovata la vita segnata suo malgrado.

"Orietta è una donna intelligente, uno zampillo d’acqua fresco e pulito così come le sue canzoni, e ha capito che la causa di quel gesto non era lei".

Ogni volta che è uscita dalla depressione dice di aver avuto una bellissima idea. Qual è stata la migliore?

"Quando vinsi una causa con Canale 5, grazie al mio avvocato Bernardini De Pace transammo per una bella cifra (300 milioni, ndr). Presi quei soldi li misi sul tavolo del manager di Paoli dicendo: ’voglio un tour con lui’. Tutti sanno com’è andata. Gino non m’ha mai detto grazie, ma fa niente".

L’uomo è spigoloso.

"Io lo trovo buffo. Soprattutto quando s’arrabbia. Sembra Paperino, tant’è che nel suo studio tiene proprio un manifesto di Donald Duck. Se in Italia c’è un artista con l’animo da rocker che non fa rock, quello è lui. E poi guai a chiamarlo per nome; per me è solo ‘Paoli’, mentre lui mi chiama ‘Vanona’ con la ‘a’. Un po’ come faceva Dalla, che mi chiamava ‘tesora’".

La sua isola non trovata è quella Malta dove aveva vagheggiato di fuggire con Hugo Pratt?

"Pratt è l’uomo più affascinante che abbia mai incontrato. L’ho sempre vissuto come una specie di Salgari. Se Flaubert ripeteva ‘Madame Bovary c’est moi’, lui avrebbe potuto dire ‘Corto Maltese sono io’. Un giorno gli chiesi: ‘scusa Hugo, ma Corto non è nato a Malta?’ E lui: ‘sì’. E io: ‘ma tu ci sei mai stato?’ E lui: ‘no’. E io: ‘…allora andiamo’. ‘Andemo’ mi rispose nel suo veneziano stretto, poi però si ammalò e il proposito rimase tale".

S’è battezzata a 68 anni. Ci ha pensato bene prima di dire ’proviamo anche con Dio non si sa mai’.

"Quando ho fatto un percorso con gli evangelici mi sono ribattezzata, perché per me Gesù è importantissimo. Spesso sogno di leccargli i piedi, mentre lui si china su di me e sento i suoi capelli sfiorare i miei".

Un sogno ricorrente è stato quello di suo padre senza mani che non riusciva ad abbracciarla. Lei s’è mai sentita ’senza mani’ per qualcuno?

"Sì, per mio figlio Cristiano. L’ho sempre protetto, ma, come molti altri figli di artisti, ha molto sofferto. Un bambino non capisce cos’è il lavoro d’artista e pensa che la sera l’abbandoni perché ci sono cose che ti piacciono più di lui. Ora, però, abbiamo un ottimo rapporto. E amo alla follia i miei nipoti Matteo e Camilla".

Quali sono gli affetti che non ha saputo trattenere con le sue mani senza fine?

"M’è sfuggita l’opportunità di costruire una vita assieme ad un musicista, uno scrittore, un pittore, insomma qualcuno con cui ci fosse una forte condivisione intellettuale capace di rimuovere certe solitudini di cui soffriamo noi artisti".

Chi c’è andato più vicino?

"Con un altro fisico (e un altro odore), Sergio Bardotti sarebbe stato l’uomo perfetto. Volava alto ed era curiosissimo. Quando per lavoro l’ospitavo a casa mia a Milano, mi capitava spesso di trovarlo in piedi la mattina reduce da una notte in bianco passata a studiare i caratteri cinesi".

La pittrice Tamara de Lempicka fece rovesciare le sue ceneri sul cratere del Popocatépetl. Esagerata?

"Io ho chiesto di far spargere le mie in Laguna, perché Venezia è la città che più mi somiglia. Alcuni non la amano e invece è geniale, un luogo dell’anima".