Oliver Stone
Oliver Stone

Il regista, sceneggiatore e produttore Oliver Stone ha concesso un'intervista al New York Times Magazine che rischia di fare molto rumore. L'autore di film come 'Platoon', 'Wall Street', 'JFK - Un caso ancora aperto' e 'Ogni maledetta domenica', titoli che hanno marchiato a fuoco il cinema statunitense degli anni Ottanta e Novanta, ha detto che l'attuale situazione di Hollywood è "da pazzi" e che ormai fare un film "è diventata una cosa assurda". Colpa, afferma il cineasta, della costante indecisione dell'Academy e dell'eccessiva attenzione per il massimo garantismo. Argomenti piuttosto delicati e che potrebbero dare il là ad accese polemiche.
 

Oliver Stone contro Hollywood

Per quanto l'intervistatore David Marchese tenti di farlo essere più esplicito, Oliver Stone non ha voluto fornire esempi troppo diretti e potenzialmente controversi. Però il suo pensiero è chiaro: A Hollywood, dice, "è diventato tutto troppo costoso, troppo fragile e sensibile. Non puoi più fare un film senza un consulente sul Coronavirus. Non puoi farlo senza un consulente sulla sensibilità. È ridicolo. Ho appena letto un report secondo il quale i costi di produzione diventeranno molto più alti perché bisognerà prendere tutte queste precauzioni. Così riprese che sarebbero durate cinquanta giorni dureranno sessanta, con anche il distanziamento sociale fra gli attori".

E a proposito dell'Academy: "Cambia idea ogni manciata di mesi riguardo al come tenersi al passo coi tempi. È il regno del politicamente corretto e non è un mondo al quale sono ansioso di appartenere. Non ho mai visto una situazione più folle di questa, è come se fossimo dentro la scena del tè in Alice nel paese delle meraviglie".
 


Ha ragione oppure no?

Va da sé che la pandemia di Coronavirus verrà superata, prima o poi, ed è chiaro che Oliver Stone la utilizza come argomento poco controverso per mascherarne uno molto più delicato: nessuno desidera che gli attori si ammalino e muoiano girando un film, ma ben altro discorso è il quello che riguarda il politicamente corretto e il "consulente sulla sensibilità".

Stone ha ragione a dire che certe attenzioni allungano i tempi di lavorazione e i costi di produzione. Il punto è se queste conseguenze sono ragionevoli oppure no: se ad esempio parliamo di garantire un ambiente di lavoro non tossico per le attrici, allora non siamo di fronte a un banale "politicamente corretto", ma a una pratica sacrosanta che per troppo tempo è stata un'eccezione.

Tutto diventa più complesso e delicato se parliamo di libertà creativa, intesa non come facoltà di essere programmaticamente scorretti quanto piuttosto come possibilità di raccontare storie. Ad esempio: oggi è difficile che un personaggio apertamente razzista possa pronunciare battute offensive, nonostante siano coerenti con ciò che rappresenta nella finzione su schermo. Analogo discorso si può fare con i film e le serie TV che sfruttano l'amarcord per gli anni Ottanta: praticamente nessuno fuma, in barba all'accuratezza della ricostruzione storica e in ossequio al desiderio di non veicolare messaggi sbagliati (fumare è figo). E gli esempi potrebbero continuare.
 




C'è un però

Per certi versi Oliver Stone ha ragione, per altri no, ma bisogna pure tenere conto che parla da un pulpito privilegiato, perché non ha mai subito il razzismo riservato agli afroamericani, l'ostracismo dei trans, oppure le molestie perpetrate nei confronti delle donne. Come farebbero giustamente notare attivisti e attiviste, il suo è uno spunto del quale in via teoria vale la pena parlare, ma che all'atto pratico potrebbe essere la voce di qualcuno che si è accorto che esiste la censura o il silenziamento delle voci scomode solo quando la cosa l'ha toccato personalmente. Insomma, come si diceva in apertura, l'intervista tocca temi complessi e si presta a polemiche.

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