Tra le tante categorie di reperti archeologici, gli oggetti della vita quotidiana hanno un potere speciale: quello di farci sentire vicini a uomini vissuti migliaia di anni fa, con i nostri stessi sentimenti, preoccupazioni, affetti, gioie e dolori. Quando è addirittura un cibo a conservarsi intatto attraverso la storia, l’emozione è massima. La stessa che deve aver provato Alberto Angela scovando, nel 2018, fra le casse polverose del deposito del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, una bottiglia proveniente dagli scavi borbonici di Pompei-Ercolano del 1820 contenente un “ex-liquido” biancastro. I suoi sospetti erano fondati: dopo due anni di indagini scientifiche intraprese in collaborazione col direttore...

Tra le tante categorie di reperti archeologici, gli oggetti della vita quotidiana hanno un potere speciale: quello di farci sentire vicini a uomini vissuti migliaia di anni fa, con i nostri stessi sentimenti, preoccupazioni, affetti, gioie e dolori. Quando è addirittura un cibo a conservarsi intatto attraverso la storia, l’emozione è massima. La stessa che deve aver provato Alberto Angela scovando, nel 2018, fra le casse polverose del deposito del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, una bottiglia proveniente dagli scavi borbonici di Pompei-Ercolano del 1820 contenente un “ex-liquido” biancastro. I suoi sospetti erano fondati: dopo due anni di indagini scientifiche intraprese in collaborazione col direttore del Museo, Paolo Giulierini, si è scoperto che si tratta di olio.

Un team coordinato dal professor Raffaele Sacchi del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli ha certificato il contenuto del flacone di vetro e la rivista scientifica Nature ha appena ufficializzato i risultati: l’olio si è solidificato nella bottiglia in seguito ad alterazioni chimiche dovute allo shock termico e l’esame al radiocarbonio ha confermato la datazione al 79 d.C., anno dell’eruzione vesuviana.

"I Romani producevano olio di ottima qualità – spiega l’archeologo Carlo Di Clemente – e, pur avendolo mutato da Greci e Fenici, lo diffusero presso tutti i ceti sociali, per moltissimi usi: oltre che come condimento, anche come base per unguenti, profumi e per l’illuminazione. L’olio alimentare era di tre qualità: l’oleum omphacium, il più pregiato, veniva prodotto molto presto, a settembre, con le olive ancora verdi. Secondo Plinio, era il migliore dato che “più le olive sono mature e più untuoso e meno gradevole è il loro succo”".

Se è plausibile che questo del Museo di Napoli sia l’olio più vecchio del mondo, in effetti la “bottiglia d’olio” più antica, risalente nientemeno che al 2.300 a.C. è stata ritrovata dal noto archeologo romano Lorenzo Nigro. Ve la presentiamo in anteprima assoluta, in attesa della pubblicazione sulla rivista scientifica Vicino Oriente. Il reperto è emerso dagli scavi l’anno scorso durante la missione dell’università “La Sapienza” a Gerico, nell’attuale Palestina, dove sorgono le rovine della più antica città del mondo, fondata ben 8.500 anni prima della nascita di Cristo.

Si tratta di una specie di orcio detto 'teapot', teiera, come la definiscono gli inglesi con un pizzico di campanilismo. In realtà, la terracotta, da 800 millilitri, non presenta alcun segno di combustione esterna; piuttosto, da analisi effettuate soprattutto nel punto di giunzione del beccuccio, sono stati trovati fitoliti, ovvero i residui organici dell’olio, insieme a cristalli di sale. La presenza del vicino Mar Morto conduceva le popolazioni di Gerico a conservare gli alimenti con il sale. Ma le sorprese non finiscono qui: nel recipiente sono stati rinvenuti anche alcuni noccioli di oliva (endocarpi) semicarbonizzati per l’incendio che coinvolse l’antica abitazione.

Accanto al teapot sono stati rinvenuti anche i resti di un cesto di vimini che conteneva forse pane o frutta. "È stato in quest’oasi fertilissima – spiega Nigro nel suo romanzo Gerico: la rivoluzione della preistoria (Il Vomere ed.) – che l’uomo è diventato agricoltore-allevatore, emancipandosi dal nomadismo e cominciando a controllare direttamente la natura, iniziando a coltivare i primi alberi da frutto, il fico e il melograno, cui seguirono presto il mandorlo, la palma da dattero e l’ulivo".

Due belle scoperte che fanno tornare in mente un antico detto contadino: "L’olio e la verità tornano sempre a galla".