di Claudio Cumani È una storia di famiglia. Della famiglia Guccini. È la storia di Ferruccio, il padre del Maestrone, che, dopo aver combattuto in Africa nel 1935, ebbe il coraggio di dire no al nazifascismo nel 1943 e finì nei lager di Leopoli e Wietzendolrf (qui insieme a Giovanni Guareschi e a Gianrico Tedeschi). Concluse la sua prigionia nei campi di lavoro di Amburgo e da lì tornò a casa, a Pavana, a piedi. Ma è anche la storia di Teresa, la figlia di Francesco, (Culodritto secondo la canzone che papà le dedicò quando era bambina) che da due anni si è ostinatamente impegnata nella ricostruzione della storia del nonno di cui nessuno sapeva niente. Perché Ferruccio era taciturno, solitario, discreto e quella sua tragedia del tempo di guerra non l’aveva praticamente...

di Claudio Cumani

È una storia di famiglia. Della famiglia Guccini. È la storia di Ferruccio, il padre del Maestrone, che, dopo aver combattuto in Africa nel 1935, ebbe il coraggio di dire no al nazifascismo nel 1943 e finì nei lager di Leopoli e Wietzendolrf (qui insieme a Giovanni Guareschi e a Gianrico Tedeschi). Concluse la sua prigionia nei campi di lavoro di Amburgo e da lì tornò a casa, a Pavana, a piedi. Ma è anche la storia di Teresa, la figlia di Francesco, (Culodritto secondo la canzone che papà le dedicò quando era bambina) che da due anni si è ostinatamente impegnata nella ricostruzione della storia del nonno di cui nessuno sapeva niente.

Perché Ferruccio era taciturno, solitario, discreto e quella sua tragedia del tempo di guerra non l’aveva praticamente mai raccontata a nessuno, nemmeno a Francesco e all’altro figlio Pietro. Teresa, bolognese, 42 anni, un trascorso nel management musicale, è partita dal foglio matricolare del nonno, ha cercato documenti ai ministeri della Difesa italiano e tedesco e andata a bussare alla Croce Rossa Internazionale che sta in Svizzera. E alla fine ha raccolto le carte necessarie per chiedere la medaglia d’onore assegnata dal presidente della Repubblica, anche grazie all’aiuto dell’associazione Un ricordo per la pace. La riceverà mercoledì, il Giorno della Memoria, nella Prefettura di Bologna.

Un anno fa un’onorificenza analoga fu concessa a Giovanni Carlo Rossi, il padre di Vasco.

"Papà ha deciso che andassi io – spiega Teresa – . Si muove malvolentieri dalla montagna, eppoi è prevista, a causa del Covid, la presenza di una persona sola". Del resto Francesco, contatto da più parti in queste ore, ha detto che preferisce restare defilato e che è giusto sia Teresa a raccontare la vicenda.

"Mio padre – dice lei – adorava nonno, pur mantenendo un rapporto molto prudente. Ferruccio in famiglia non aveva mai detto quasi nulla del suo passato. E papà rispettava quella scelta". Eppure Francesco, nel vecchio album Signora Bovary, aveva dedicato nell’87 una canzone al genitore, Van Loon.

"È un divulgatore olandese degli anni Trenta - spiegava - che mio padre leggeva. I suoi scritti si trovavano di frequente nelle case di chi, come lui, aveva molti interessi ma non aveva avuto occasione e soldi per studiare.

In concerto ha provato qualche volta a suonarla ma poi ci ha rinunciato. "Non riesco a farla senza star male e piangere perché poi mio padre è morto", ha raccontato una volta.

Ferruccio Guccini se ne è andato nel 1990 (la moglie 19 anni più tardi) e di quel dolore il figlio famoso non avrebbe più parlato. "Più l’età si allunga e più capisci – avrebbe scritto poi – quei padri che anni prima avevi rifiutato e combattuto soprattutto perché le loro sconfitte sono diventate poi le tue".

C’è un aneddoto che Teresa ha appreso dal padre. Fu in una domenica dell’agosto 1945 che Ferruccio arrivò dalla prigionia a Pavana: la famiglia era tutta a messa e toccò ad una zia correre ad avvisarli. Francesco allora aveva cinque anni, non aveva mai visto il padre e gli si rivolse con il voi. Non ci furono abbracci ma quell’uomo, provato dalla guerra, d’istinto si tolse la divisa e si buttò nella tinozza del mulino. A Pavana il nonno di Teresa, impiegato alle Poste di Modena, sarebbe andato a trascorrere tutte le sue estati accanto ai figli. "Se ne stava a zappare o a lavorare il legno – ricorda la nipote – Era bello. Sembrava Rodolfo Valentino". Teresa nega che pezzi come Auschwitz o Dio è morto siano frutto dell’esperienza del nonno.

"Quelle sono suggestioni, la lezione che mio padre ha appreso da lui è la coerenza". Francesco pare abbia detto alla figlia che forse il suo genitore, schivo com’era, non sarebbe stato contento di questa onorificenza. Ma lei continua a dire che in questi anni di revisionismo è importante un riconoscimento che può servire a raccontare alle nuove generazioni gli orribili eventi di quegli anni.