8 apr 2022

Non c’è aroma nell’Unesco

giovanni
Magazine

Giovanni

Morandi

I libri sacri raccontano che il Profeta Maometto ne offrì una tazzina all’Arcangelo Gabriele e si può capire la soddisfazione di Erdogan nel potersi vantare – già da una decina d’anni – di avere l’unico caffè nazionale, il turk, riconosciuto dall’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità. Ma non per questo l’Italia deve affliggersi per avere invece avuto un rifiuto sempre dall’Unesco per un’analoga aspirazione che doveva risultare ad onore della tazzulella, simbolo del caffè italiano, a cui come si sa è stata preferita la più solenne tradizione musicale italiana, ovvero l’Opera. Preferenza condivisibile sebbene la circostanza induca a qualche riflessione su questa inflazione di titoli al merito che rischiano di collidere con interessi di marketing. Per quanto non sia il caso della lirica anche se in altre candidature il rischio esiste. L’Unesco è una grande e meritoria organizzazione che si occupa delle bellezze del mondo e delle opere dell’uomo ma stia attenta a non inflazionarsi. Anche perché sfugge l’utilità di tanti aspiranti al diploma dal momento che non è dal titolo onorifico che dipende la bontà di una tazzina sorseggiata al bar ma dalla sua capacità di addolcire la vita e ridare forza agli stanchi. E quel caffè resta senza dubbio un primato italiano anche senza scendere nell’agone di titoli nobiliari. Perché il nostro ha un sapore esclusivo – al massimo litighiamo se sia migliore quello di Napoli o quello di Trieste – mentre quello turco è uguale – diciamo pure simile – a quello greco, cipriota, siriano o arabo. Ma questo non va detto perché gli interessati non vogliono.

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