Samuel Beckett
Samuel Beckett

Poveri Swift e Leopardi: sono nati troppo tempo prima, e morti ormai da secoli, sennò nel 1968 il premio Nobel per la Letteratura se lo sarebbero giocati loro. Il primo che con I viaggi di Gulliver ha mostrato la grandezza della sua "satira misantropica", il secondo con i suoi versi intrisi di "pessimismo radicale", entrambi campioni di quel "cuore potente" che Samuel Beckett non possedeva. Con queste note, Anders Johan Oesterling (1884- 1981), poeta svedese e membro dei giurati per l’assegnazione del Nobel, chiuse nel 1968 la strada del premio a Samuel Beckett (Dublino 1906- Parigi 1989), perché "non coerente con lo spirito della volontà di Alfred Nobel". 

I dubbi di Oesterling, condivisi da altri suoi colleghi, spianarono la strada al giapponese – primo nipponico – Yasunari Kawabata (1899-1972), l’autore de Il paese delle nevi. Il perché l’anno successivo Beckett divenne "coerente" con lo spirito del premio che dodici mesi dopo gli venne assegnato, non è chiaro: per il momento dobbiamo fidarci delle lettere che i membri dell’Accademia Reale di Svezia si sono scambiati nel 1968 e che dopo cinquant’anni sono state desecretate.

Ogni anno, dalla prima edizione del 1901 quando il premio fu vinto dal francese Sully Prudhomme, le polemiche sull’assegnazione ci sono sempre state. Spesso il favorito della vigilia resta cardinale anche dopo il Conclave, proprio come lo era Beckett in quel 1968 che aveva rivoluzionato l’Europa. 

Da tempo, dall’uscita della sua seconda opera, Aspettando Godot (1952), il suo teatro dell’assurdo aveva descritto come pochi quello che stava nascendo nelle coscienze popolari e aveva sottolineato come l’incomunicabilità e l’attesa di un evento immanente avrebbero causato mali universali. Le opere di Beckett conoscevano l’apprezzamento del pubblico e di tanti critici, non di Oesterling che le considerava "carenti" di cuore nonostante "l’effetto artistico fosse indubbiamente elevato". Ma l’anno dopo, quella "forma inadatta" portava al premio "per una scrittura – così la motivazione – che nelle nuove forme per il romanzo e il dramma, nell’abbandono dell’uomo moderno acquista la sua altezza". 

Di mancati Nobel è costellata la storia del premio. Amos Oz è l’ultimo che se lo è visto sfilare davanti per la morte poche settimane fa, visto che il Nobel per la Letteratura nel 2018 non è stato assegnato a causa di altre polemiche, quelle sessuali e corruttorie che hanno coinvolto Jean Claude Arnault, marito della poetessa e giurata Katarina Frosterson: non solo molestie, ma anche assegnazioni un po’ troppo "facili" ad almeno due autori francesi come Arnault, Le Clezio nel 2008 e Modiano nel 2014. 

Ma una morte da Nobel sopravvenne anche dopo quel 1968 tormentato: l’altro giapponese, Yukio Mishima, scoperto proprio da Kawabata, aveva 43 anni e l’Accademia decise che sarebbe venuto per lui un "tempo giusto" nonostante già allora fosse considerato ai vertici della letteratura mondiale: ma questo riconoscimento non giunse mai perché l’autore del fondamentale Confessioni di una maschera si è suicidato come un vecchio samurai nel novembre del 1970 a soli 45 anni. Sembra che quel hara-kiri – motivato da pulsioni sia di "patriottismo nazionalista" sia di libertà omosessuali – sia maturato in realtà nei mesi successivi al Nobel e abbia così influito sulla mente del suo mentore che Kawabata nel 1972 decise di farla finita con il gas.

Un 1968, dunque, di delusioni, solo per Beckett riparate. Ma il controverso Ionesco, Greene, lo scandaloso Nabokov, l’anziano Pound, Auden e Malraux (finiti sul podio secondo questi scritti) e perfino De Gaulle non hanno avuto la seconda occasione e sono iscritti ai delusi del Nobel come tanti altri autori popolarissimi, da Simenon ad Amado.