Caffè Pascucci, azienda specializzata nel mondo del bar, è particolarmente coinvolta nel periodo difficile che i pubblici esercizi stanno vivendo. Come spiega Enrico Angelini, il direttore commerciale Italia dell’impresa famigliare, con sede nell’antico borgo marchigiano di Monte Cerignone, attiva nell’importazione, torrefazione e commercializzazione del caffè, e pure dedita alla cooperazione internazionale e agricola con la promozione del biologico e di tutte le declinazioni inerenti la sostenibilità e la costruzione di rapporti corretti e rispettosi con tutta la filiera.

Ci traccia un’identikit dell’azienda?

"A Monte Cerignone lavoriamo i caffè destinati per metà ai bar italiani e per metà a quelli di vari Paesi esteri. Il 98% del nostro fatturato matura nel canale di vendita dell’Ho.Re.Ca. (Hotel.Restaurant.Cafè). Inoltre nel mondo siamo presenti con 700 caffetterie a marchio Caffè Pascucci. Siamo la prima catena di coffee franchising italiana".

Da dove nasce l’idea dell’impresa paritaria?

"Siamo convinti che una migliore condizione di vita nei Paesi più disagiati regolerà l’equilibrio di quelli più sviluppati. Nella migliore Italia del passato troviamo gli stessi valori. Nella nostra azienda, poi, si percepisce vivo il pensiero di don Oreste Benzi, il sacerdote che ha innestato nella famiglia Pascucci l’importanza di diffondere il cosiddetto Altrocentrismo, che è l’esatto contrario della cultura dell’egocentrismo. Ci sono Paesi in cui da decenni il sistema educativo si concentra a soddisfare prima le esigenze degli altri che le proprie. Per esempio il Giappone, la cui popolazione è particolarmente educata. Mettendo gli altri davanti a sé, contribuiremo a portare il mondo su un piano di equilibrio ideale".

Rientra in questa filosofia anche la promozione del biologico?

"Anche una semplice tazzina di caffè, per noi, non deve contenere null’altro che acqua e caffè".

Ma ci sono anche contenuti ideali che non vanno trascurati...

"Siamo convinti che la cooperazione internazionale non vada demandata solo alle istituzioni competenti, ma debba rientrare pure nella pratica degli imprenditori privati. Noi ci poniamo verso gli agricoltori come sprone nel passaggio al biologico, cerchiamo di collaborare con loro dal punto di vista tecnico, della formazione, per la diffusione di rapporti equi e solidali. Il nostro lavoro deve farci crescere anche come persone, per questo privilegiamo una crescita qualitativa dei caffè verdi che vada di pari passo con un miglioramento delle condizioni di vita di chi produce nei Paesi più poveri".

Che momento state vivendo considerate le protratte chiusure dei bar?

"Il Covid è stato ed è devastante per la nostra categoria, fatturati spesso più che dimezzati e punti vendita in grande difficoltà, se non chiusi per sempre. I ristori messi in campo sono una millesima parte del necessario. La prospettiva che immagino non è facilmente realizzabile, ma ritengo sia necessaria una seria rivoluzione strutturale. Il pubblico esercizio italiano è di fatto maltrattato. Il Covid è stato solo lo schiaffo finale".

Che cosa non funziona?

"È diffuso il pensiero che nelle microimprese esista una parte considerevole di sommerso. Ma non è così. L’eventuale sommerso è la deriva alla quale si aggrappa il barista per far fronte a tutte le spese di gestione. Vedi il costo del lavoro. Il dipendente costa al gestore di un bar la stessa cifra di quanto costa un lavoratore all’industria. Ma nel bar le attività e le trasformazioni sono manuali, quindi la produttività è di gran lunga inferiore". Quindi un’evasione obbligata?

"Nel resto del mondo la categoria produce un’ottima ricchezza mentre da noi i proprietari fanno del sommerso anche per pagare in questo modo dei dipendenti che a loro volta non avrebbero altrimenti uno stipendio. E la responsabilità non è né dell’uno né dell’altro, perchè entrambi sono vittime di un sistema sbagliato. L’economia che gira intorno alla categoria andrebbe molto meglio se venissero ridotti i costi contributivi almeno di due terzi".

La politica potrebbe mai prendere in considerazione il suo suggerimento?

"Adesso c’è un presidente del consiglio diverso, un tecnico sostenuto da una larghissima parte del Paese e della politica. Aggiungo alcune altre idee, tipo la possibilità di remunerare il dipendente del pubblico esercizio anche in percentuale su quanto fatturato dal locale, come usa nei Paesi anglosassoni. Questa formula era in uso nei locali della Romagna fino a pochi anni fa e ha prodotto la miglior categoria di operatori del Paese e non solo; fu studiata e copiata all’estero ma ora è pressoché illegale. Inoltre da noi questo bellissimo mestiere è ormai visto dagli operatori come tappa, la più breve possibile, prima di avviarsi a qualsiasi altra carriera".