Silvio

Danese

Nei cinque film italiani in concorso, per una volta si muove una plausibile ipotesi di cinema. Cinque film non "per il pubblico" ma per sezioni e gusti e attenzioni diverse del pubblico in sala, generi compresi, anche se non tutti premono sulle riunioni della giuria presieduta dal Premio Oscar Bong Joon-ho. Ai due estremi, la lingua dei sensi buioluce di “Il buco“ di Frammartino e l’ambizione sbilanciata al blockbuster d’autore di “Freaks out“ di Mainetti. Al centro, pieni di doti e potenzialità di ampi consensi, “Qui rido io“ di Martone e “È stata la mano di Dio“ di Sorrentino.

È in sostanza un thriller psicologico di realtà allucinazione l’ultimo della cinquina, “America Latina“ dei gemelli D’Innocenzo, ambientato tra due dimensioni: la villa sulla pontina di un riservato dentista tutto casa-famiglia (Germano) e, come dire, la location mentale del professionista, che in cantina scopre una ragazza tenuta prigioniera. Chi l’ha imprigionata tra moglie e figlie e perché? Una velleitaria dose di ambiguità vicina al sopravvalutato “The Others“ di Amenabar cerca di tenerci nel mistero di un uomo a cui cede, con la ragione, l’identità. Non proprio applaudito. Ed è ancora l’ambiguità sulla certezza dei fatti che muove l’altro titolo in concorso, “Les choses humaines“ di Yvan Attal, sul confine mobile tra consenso e violenza sessuale nell’incontro tra due adolescenti, quasi un "giudiziario" di evidente, eterna, attualità, che deve molto al romanzo di Karine Tuil.