Comicità in rosa. Nella parola rosa – spiega Andrea Marcolongo nel libro sulle "etimologie che ci parlano di noi" – il greco antico sapeva distinguere e unire la pienezza del fiore, che non è solo incanto, ma anche fastidio della puntura. E noi, ogni giorno, siamo obbligati a una scelta: essere il fiore o le spine per gli altri? Pungere oppure rallegrare il prossimo? Franca Valeri ha scelto di rallegrare pungendo. La r è quella moscia eppure trillante della Signorina Snob, il tono al telefono è quello annoiato eppure isterico della gente milanese di un certo livello: "Sì amorrre, sì ciao gioia, stellina ascolta io adesso devo andare perrrché ho il cane sotto la lampada di quarrrzo... La usi anche tu? Ci stai anche tu? Siiiiiì? Trrrovo che fa talmente bene per la rrrrrrogna... Non trovi? Io trovo!". Oggi Franca Valeri compie cent’anni, e mai basteranno le parole per farle abbastanza auguri, per ringraziarla di esistere, di far ridere, di lottare ancora insieme a...

Comicità in rosa. Nella parola rosa – spiega Andrea Marcolongo nel libro sulle "etimologie che ci parlano di noi" – il greco antico sapeva distinguere e unire la pienezza del fiore, che non è solo incanto, ma anche fastidio della puntura. E noi, ogni giorno, siamo obbligati a una scelta: essere il fiore o le spine per gli altri? Pungere oppure rallegrare il prossimo?

Franca Valeri ha scelto di rallegrare pungendo. La r è quella moscia eppure trillante della Signorina Snob, il tono al telefono è quello annoiato eppure isterico della gente milanese di un certo livello: "Sì amorrre, sì ciao gioia, stellina ascolta io adesso devo andare perrrché ho il cane sotto la lampada di quarrrzo... La usi anche tu? Ci stai anche tu? Siiiiiì? Trrrovo che fa talmente bene per la rrrrrrogna... Non trovi? Io trovo!".

Oggi Franca Valeri compie cent’anni, e mai basteranno le parole per farle abbastanza auguri, per ringraziarla di esistere, di far ridere, di lottare ancora insieme a noi. Lei, che in Italia, all’alba degli anni Cinquanta, ha trasformato la più generica e stereotipata comicità al femminile nell’arte specifica e raffinatissima della satira d’autore da ella medesima pensata, scritta, interpretata. "Mi ribello all’affermazione che sia un dono di natura: la comicità è un lavoro di cervello" è l’assunto della Valeri, mentre – tra le sue frasi celebri – spetta un posto d’onore alla seguente: "L’uomo che ho amato di più nella vita è un signore che non mi ha fatto la corte ma non per colpa sua. Era nato qualche secolo prima di me. Si chiamava Rabelais, l’autore di Gargantua e Pantagruel che oltretutto, disdetta, era pure un frate!". Chiaro? Comicità pussa via, umorismo giamma! Satira, solo satira.

Che poi sia declinata al femminile è incidentale ma fino a un certo punto: laddove sono gli uomini a decidere i ruoli delle donne – nel mondo dello spettacolo come nel resto del mondo, ieri come oggi – una che, da pioniera, riesca a infrangere gli schemi, a sovvertire le gerarchie, a imporsi e a fare da apripista è comunque un’eroina da non smettere mai di celebrare. Va ricordato che fino a Franca Valeri la signora che faceva ridere, alla tv italiana, era perlopiù una spalla, mai bella, anzi volutamente imbruttita. Tina Pica. Ave Ninchi. Bice Valori, la povera graziosa Bice cui era data licenza di risata se in coppia col marito Paolo Panelli, o se travestita da pupazzo nano e pieno di brufoli pelosi nel famoso Giornalino di Gian Burrasca tv, diretto nel ’64 da Lina Wertmüller, la nostra regista regina del grottesco: "Mai realizzata una commedia in vita mia – sottolinea Lina nella sua autobiografia Tutto a posto e niente in ordine –. I miei film sono dei “grotteschi”, adopero la chiave grottesca che mi permette di accentuare certi caratteri, di disegnarli con una linea più marcata e ironica".

Perché le donne italiane non oche giulive disegnate dai maschi si approprino della libertà di far ridere grazie alla propria intelligenza mettendo addirittura in discussione la superiorità intellettuale dell’uomo-cretinetti di turno, dobbiamo aspettare la Valeri. Così come dobbiamo la libertà di far ridere con l’intelligenza e pure il fisico e il volto di una bellezza indiscutibilmente senza pari, a Monica Vitti. Una volta abbandonato Antonioni e scelto Monicelli, eccola irresistibile nella Ragazza con la pistola, 1968: donna sicula disonorata da Macaluso Vincenzo determinata alla vendetta, "Colla forza mi prese, ma io gli resistetti: fredda come il marmo fui!".

Wertmüller con la superba Mariangela Melato miti del grottesco. Vitti, sex symbol umorista: "Faccio l’attrice per non morire, e quando a 14 anni avevo quasi deciso di smettere di vivere, ho capito che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’ altra, facendo ridere il più possibile", disse. Quanto basta ad averla resa la grande leggerissima interprete per Ettore Scola (Dramma della gelosia, ’70) o l’impassibile assassina che sconvolge con la verve dell’assurdo il paludato varietà del sabato sera in bianco e nero, solo perché lei – la Vitti – non capisce la gente "che non ci piacciono i crauti". Vitti surreale e appassionata, è il biondo fascinosissimo umorismo, e l’umorismo è la migliore commedia all’italiana, quella che vibra di umana partecipazione. In tv l’impegnata Rame, l’autoironica Mondaini, l’imitatrice scatenata Goggi, la sexy Biagini, la Marchesini sarebbero fiorite dopo la Valeri.

Oggi le comiche sono tutte figlie sue: Littizzetto, Cucciari e Guzzanti – “satire” politiche –; di Franca e della Vitti le bellissime e bravissime e trasformiste Paola Cortellesi e Virginia Raffaele. Tutte figlie loro, e tutte nipoti della dea del Coro delle Rane di Aristofane: "Demetra fa che possiamo liberamente danzare e scherzare. E dire molte cose ridicole e molte serissime, e dopo aver scherzato e beffato, ricevere la corona della vittoria". Corona rosa: che rallegri. E che punga.