Bettino Craxi (1934-2000) il 30 aprile 1993. Nella foto in basso a sinistra, Filippo Facci
Bettino Craxi (1934-2000) il 30 aprile 1993. Nella foto in basso a sinistra, Filippo Facci
di Matteo Massi Una banconota da mille lire tenuta in mano, mentre una pioggia di monetine infieriva sul corpo del segretario del partito Socialista. E quel coro da stadio: "Bettino, vuoi pure queste?". Trenta aprile 1993, la Camera ha appena negato quattro delle sei autorizzazioni a procedere chieste nei confronti di Bettino Craxi. Ma quello che allora era il "Cinghialone", col tempo e con una distanza quasi siderale da quella giornata e da quelle che vennero poi, ben 28 anni, è diventato il capro espiatorio. Filippo Facci torna a quei giorni e a quel giorno, il 30 aprile 1993 (così s’intitola il suo libro che esce oggi per Marsilio), perché quel giorno fu l’inizio della fine. In tanti credettero, allora, che fosse l’inizio della fine di Craxi. Si sbagliavano e ci sbagliavamo. Quel giorno fu l’inizio della fine della politica. Davanti...

di Matteo Massi

Una banconota da mille lire tenuta in mano, mentre una pioggia di monetine infieriva sul corpo del segretario del partito Socialista. E quel coro da stadio: "Bettino, vuoi pure queste?". Trenta aprile 1993, la Camera ha appena negato quattro delle sei autorizzazioni a procedere chieste nei confronti di Bettino Craxi. Ma quello che allora era il "Cinghialone", col tempo e con una distanza quasi siderale da quella giornata e da quelle che vennero poi, ben 28 anni, è diventato il capro espiatorio.

Filippo Facci torna a quei giorni e a quel giorno, il 30 aprile 1993 (così s’intitola il suo libro che esce oggi per Marsilio), perché quel giorno fu l’inizio della fine. In tanti credettero, allora, che fosse l’inizio della fine di Craxi. Si sbagliavano e ci sbagliavamo. Quel giorno fu l’inizio della fine della politica. Davanti all’hotel Raphaël, tra fuoriusciti da una manifestazione del Pds a piazza Navona e altri del Movimento Sociale, oltre a curiosi che si unirono a quello che altro non fu che un linciaggio, si consumò un’autoassoluzione di massa, come scrive Facci. Si mondarono le colpe di un popolo che aveva votato, accettato, legittimato e a lungo flirtato con una classe politica (per larga parte) maneggiona che prima di venire mandata in archivio, veniva mandata in carcere (preventivo), surfando sull’onda giustizialista che da Milano, col pool Mani Pulite, si era diffusa in tutta Italia. Si pensava che ne sarebbe uscito fuori un Paese migliore, ma guardando a quello attuale: non è così. Ed è per questo che quel 30 aprile 1993 rappresenta una cesura, un prima e un dopo. Non era mai successo, fino a quella sera di primavera del 1993, come notò in maniera arguta Giuliano Ferrara, che la residenza privata di un personaggio fosse assediata per una decisione votata dal Parlamento.

Quel coro da ultrà ("Bettino, vuoi pure queste?"), non l’avremmo mai ascoltato, se non ci fosse stata una giornalista del Tg3, Valeria Coiante (si sente distintamente la sua voce nel video: "Stanno tirando di tutto monetine, pezzi di vetro") e un operatore che registrò tutto in presa diretta. Nell’era analogica della Prima Repubblica quel filmato che fu riproposto fedelmente nei Tg dell’epoca era un antesignano video di YouTube. Materiale grezzo su cui affondare i nostri occhi e i nostri denti. Un anticipo su quel dopo, tra social e video rubati, che ci saremmo ritrovati a vivere nelle stagioni politiche, declinate come Seconda e (forse) Terza Repubblica, con l’affermarsi dell’antipolitica. La gogna che nel frattempo non era diventata più fisica, ma virtuale. Ma non meno cattiva e offensiva. Il ritorno a quei giorni e all’impulso di una rivoluzione, per mano giudiziaria, che avrebbe fatto rinascere l’Italia, così come il salto dall’illusione alla disillusione, è ricostruito passo dopo passo da Facci. Che all’epoca, nel 1992, lavorava per l’Avanti!. E proprio per questo veniva considerato un appestato perché lavorava per l’organo del partito dei ladri, come fu ribattezzato il Psi. Con (colpevole) ritardo in molti ammetteranno poi di essersi sbagliati, anche nelle redazioni dei giornali dove si festeggiava per le raffiche di arresti di politici e potenti, con titoli da sparare in prima pagina. Di quella stagione lì rimarranno più le ombre che le luci: un uso della carcerazione preventiva smodato, utile solo a ottenere rivelazioni su altri nomi.

Nel 1993 l’Espresso, ricorda Facci, pubblicò una hit parade degli avvocati di Tangentopoli, titolata: "Primo Bovio, ultimo Chiusano" e Corso Bovio spedì al settimanale una risposta emblematica: "Caro direttore, la qualità di un avvocato non si misura dalla durata della custodia cautelare. Spesso si negozia – scriveva Bovio – non perché il cliente abbia tutti i torti, ma per evitare, per esempio, che finisca nel Palazzaccio, tradotto in manette davanti alle telecamere o che la sua azienda vada allo sfascio. Il miglior avvocato è quello che con puntiglioso scrupolo e in silenzio difende il cliente che vuole far valere le sue ragioni nel duello giudiziario. Oggi sono vincenti l’inquisizione, il pentitismo, lo Stato di Polizia con le sue manette e le sue galere. E se alla fine anch’io contribuisco a questo, non lodarmi".

Forse sintesi migliore per raccontare quella stagione giudiziaria, non c’è.