Michael Jackson
Michael Jackson

Dottor Jackson o Mister Michael? Dieci anni dalla morte. Il tempo giusto per fare bilanci: pesa più l’essere stata la più grande popstar della sua epoca o le vicende giudiziarie che l’hanno trascinato in tribunale? Impossibile, anche dopo dieci anni, avere una serenità di giudizio su Michael Jackson. Margo Jefferson, premio Pulltzer, nel 2006 scrisse un libro su Jacko: "augurandosi che la morte gli avrebbe restituito la sua reputazione artistica". Non avrebbe immaginato che tre anni dopo Jackson sarebbe morto realmente. E così nell’anniversario di un finale triste e solitario – anche nella sua messa in scena, lontano dai palchi, ma nell’intimo della sua stanza (un’overdose di farmaci) nella casa di Holmby Hills a Los Angeles – è stata costretta a rimettere mano a quel libro.

Perché sì, come aveva immaginato dopo la sua morte tutti tornarono a parlare del valore artistico di Jacko e dei record (da Thriller in poi) che aveva inanellato, ma lei (come molti altri) non aveva fatto i conti con Leaving Neverland, documentario secco e implacabile nei toni, presentato al “Sundance festival” di quest’anno e poi nelle tv di tutto il mondo (Italia compresa), in cui si raccontano nei dettagli attraverso le parole di Wade Robson e James Safechuck, le accuse di abusi e di sfruttamento sessuale nei confronti dei minori da parte della popstar. Ed è ripartito il boicottaggio. Da chi chiedeva un’immediata eliminazione di Jackson dalla “Hall of fame”, alle radio che non trasmettevano più le sue canzoni. Le parole dell’Otello shakesperiano che la Jefferson sceglie per aprire il suo libro (Su Michael Jackson, edito in Italia da 66thA2nd) in qualche maniera inquadrano la questione: "Oh, ho perduto la mia reputazione. Ho perduto la parte immortale di me stesso e ciò che resta è bestiale". La bestialità delle accuse sessuali sovrasta la sua musica, zittendola. E così resta sempre quella domanda che non può essere retorica, proprio perché non ha una risposta: è possibile separare l’uomo dall’artista?

Soprattutto se la sua arte affonda le radici nella sua vita. E quella di Jacko fu una vita tormentata, non solo per il suo finale, ma anche per i suoi inizi: i rapporti complicati col padre Joseph, che lo picchiava a ogni passo di danza sbagliato, la passione smodata per Barnum (Phineas Taylor, l’uomo dalle otto autobiografie che Jackson ha letto, e dell’arte circense), la sua volontà ferrea e la sua tenacia nel “ballare da solo”, lasciando i Jackson Five. La Jefferson ricostruisce una vita, senza separare l’uomo dall’artista. A dieci anni dalla morte – avvenuta il 25 giugno 2009 durante i giorni delle prove del This is it, l’attesissimo tour che avrebbe dovuto riportalo in scena dopo 12 anni di assenza dalle scene live alla 02 Arena di Londra – restiamo con un pugno di canzoni in cui musica e performance artistica si uniscono in maniera inscindibile e unica ad altissimo livello, e quelle accuse sessuali che permangono, non sullo sfondo ma in primo piano, anche dopo l’assoluzione del 2003 dai processi, iniziati nel 1993, con in mezzo molti accordi extra giudiziali. Che non possono non far discutere.

Uno dei geni assoluti del pop, l’artista cui è stato riconosciuto il maggior successo commerciale di tutti i tempi, l’incredibile ballerino che ha cambiato il corso della danza (vederlo piroettare in scena perfetto a 50 anni nel documentario sulle prove di This is it fa ancora impressione), il Peter Pan che non voleva essere nero, l’eterno bambino che si è sposato due volte (la prima con la figlia di Elvis, la seconda con l’infermiera Debbie Rowe) ed è voluto diventare a tutti i costi padre di tre figli, ha visto affondare la sua arte in un gorgo melmoso di incubi da predatore sessuale di ragazzini. La fiaba che diventa horror. Nell’epoca del #MeToo nessuno si azzarda a celebrare le sue gesta nel decennale della morte (il 29 agosto 2009 avrebbe compiuto 51 anni): neanche il suo amico, mentore, produttore Quincy Jones che ha trasformato un concerto in programma a Londra per celebrare Jackson in un generico omaggio alle musiche da film. I grandi network americani non hanno nulla in programma, si parla di un musical a Broadway per l’anno prossimo ma si dice che la produzione sia in difficoltà.