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20 mag 2022

Metti Truffaut nel Queens

20 mag 2022
andrea martini
Magazine
“Armageddon Time“: Jeremy Strong (. 43 anni, attore-fenomeno di “Succession“) con il piccolo Michael Banks
“Armageddon Time“: Jeremy Strong (. 43 anni, attore-fenomeno di “Succession“) con il piccolo Michael Banks
“Armageddon Time“: Jeremy Strong (. 43 anni, attore-fenomeno di “Succession“) con il piccolo Michael Banks
“Armageddon Time“: Jeremy Strong (. 43 anni, attore-fenomeno di “Succession“) con il piccolo Michael Banks
“Armageddon Time“: Jeremy Strong (. 43 anni, attore-fenomeno di “Succession“) con il piccolo Michael Banks
“Armageddon Time“: Jeremy Strong (. 43 anni, attore-fenomeno di “Succession“) con il piccolo Michael Banks

di Andrea Martini

Una storia di formazione che sperimenta il valore dell’amicizia e della lealtà e mette in gioco la personale ricerca del sogno americano. Dopo “Ad Astra“ James Gray torna a terra, nel Queens degli anni ’80 (Reagan e i Clash) ma del viaggio intergalattico conserva la centralità del tema padre-figlio. Attraversato da evidenti venature autobiografiche, “Armageddon Time“ – ieri in concorso a Cannes – è il film più personale del regista: la famiglia calorosa e turbolenta della piccola borghesia ebraica di origine ucraina di cui fa parte l’adolescente protagonista, non è lontana dalla sua. Il carattere ribelle e le aspirazioni artistiche del tredicenne Paul (Michael Banks: una scoperta) non s’addicono alla regola di un nucleo familiare che intende migliorare ad ogni generazione stato sociale e patrimoniale. Un nonno comprensivo e stimolante (Anthony Hopkins, abile in un ruolo lontano dai suoi), una madre protettiva (un’intensa Anne Hathaway) non riescono a tenere il ragazzo lontano dai guai e quando questi si fanno seri (il furto del computer ricalca quello della macchina da scrivere dei “400 colpi“ di Truffaut) sarà il padre, apparente anello debole, a salvarlo. Illuminato dalla fotografia di Darius Khondji che trasporta il racconto nel terreno della nostalgia “Armageddon Time“ segna l’approdo di Gray a un cinema dell’intimità, territorio inedito.

Seconda opera in gara ieri, non lascia indifferenti il film folle dell’ottantacinquenne Jerzy Skolimowsky, “EO“, protagonista un asino che, come nel vecchio film di Bresson, sembra portare su di sé i peccati del mondo redimendoli con il suo sacrificio. Già protagonista di un numero di circo realizzato in simbiosi con la sua partner, liberato dagli animalisti, il quadrupede dall’occhio languido sperimenta con rassegnazione disavventure e peripezie in mezza Europa. Le soggettive dell’asino sono spesso toccanti.

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