di Pierluigi Masini

Matteo Thun, architetto e designer da sempre impegnato per una progettazione secondo natura. Andremo tutti a vivere in campagna, come qualcuno pensa?

"Non credo, siamo animali sociali e abbiamo bisogno di cinema, università, bar, ristoranti e tutto quello che negli ultimi duemila anni l’Italia è riuscita a fare intorno alla piazza, alla chiesa, al nucleo cittadino".

Di certo qualcosa cambierà…

"Sì. Dovremo recuperare il senso di socializzare, di rincontrarci, il senso della città e della qualità urbana che abbiamo perso. E poi avremo molte meno conferenze e congressi, ci siamo abituati al digitale".

E le case?

"Diventeranno più flessibili con spazi polifunzionali per il lavoro ma anche per mangiare, chiacchierare, fare tante cose diverse. La camera è un luogo che di giorno consente di fare dei meeting: noi abbiamo sviluppato tavoli che si piegano e diventano bidimensionali, con sedie impilabili".

Cos’altro?

"Ci sarà sempre più bisogno di non toccare fisicamente le cose: come le maniglie, anche molte altre cose saranno touch free… il rubinetto automatico, la porta che si apre al nostro arrivo…".

Si parla tanto di sostenibilità.

"Quasi non se ne dovrebbe più parlare. Dall’11 settembre del 2001 noi parliamo di durabilità ed estetica, dobbiamo tornare a fare cose semplici che durano nel tempo. E le cose che durano di più sono di legno, il legno crea patina mentre il cemento dopo 50 anni si arrugginisce".

Quindi legno da foreste certificate…

"Tutto quello che riguarda il recupero dei materiali e l’ecologia è un argomento direi scontato. Noi abbiamo introdotto un’autocertificazione fatta di tre zeri. Il primo sta per zero chilometri, utilizzo di materiale che viene dallo stesso posto dove costruisci. Il secondo indica che non ci sono emissioni nocive nell’ambiente. Il terzo zero significa assenza di scarti, poter cambiare il ciclo di vita di una casa che alla fine può venire riciclata. Ecco perché il legno si presta molto bene e il cemento no, l’uno si smonta e l’altro ha bisogno della dinamite".

Vorrei riportarla a 40 anni fa. Lei fu uno dei giovani fondatori di Memphis, con Ettore Sottsass. Cosa resta di quell’esperienza?

"La gioia di vivere, la curiosità, la voglia del domani legata al rifiuto del nostalgico. Sottsass e noi ragazzi del Gruppo abbiamo sempre rifiutato gli stilemi antichi, considerare bello solo l’antiquariato. La vita è fatta di ottimismo nel futuro.

Sottsass considerava l’oggetto un amico e diceva di entrare in dialogo con lui, ogni oggetto deve raccontare una sua storia".

Vuol dire che l’industrial design è morto?

"È stramorto, non morto".

Cosa direbbe a un giovane aspirante designer?

"Di pensarci bene, siamo inondati da troppa roba. Dobbiamo spogliarci, dobbiamo lavorare per sottrarre dalle nostre case, dal nostro consumo. Ormai il vero lusso è il non possesso. Quando una cosa ti serve la affitti, non la possiedi. Questo sgombra la testa, libera il cervello. I nostri nipoti avranno tanto da insegnarci".