di Claudio Cumani Con un occhio a Ionesco e un altro a Flaiano. Giusto, ma come dimenticare poi la preziosa lezione di Marcello Marchesi, la convinta militanza di Maurizio Costanzo o lo strampalato cameratismo di Enzo Jannacci? A quanti maestri è debitrice la Factory più autentica della comicità italiana, quella televisione in bianco e nero che sta fra la fine degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, capace di laureare alcuni dei maestri della risata più iconici della storia nostrana dello spettacolo? Da lì sono passati Cochi e Renato con le loro galline intelligenti e le loro acclamazioni ("bene, bravo, sette più!"), Ric e Gian e le gag stralunate e inconsuete e soprattutto Paolo...

di Claudio Cumani

Con un occhio a Ionesco e un altro a Flaiano. Giusto, ma come dimenticare poi la preziosa lezione di Marcello Marchesi, la convinta militanza di Maurizio Costanzo o lo strampalato cameratismo di Enzo Jannacci? A quanti maestri è debitrice la Factory più autentica della comicità italiana, quella televisione in bianco e nero che sta fra la fine degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, capace di laureare alcuni dei maestri della risata più iconici della storia nostrana dello spettacolo?

Da lì sono passati Cochi e Renato con le loro galline intelligenti e le loro acclamazioni ("bene, bravo, sette più!"), Ric e Gian e le gag stralunate e inconsuete e soprattutto Paolo Villaggio ("chi viene a voi adesso?") rapace nell’infrangere regole e consuetudini dell’intrattenimento. Da lì sono passati anche Mario e Pippo Santonastaso, fratelli bolognesi caduti nello showbiz un po’ per caso grazie appunto a Marchesi che li aveva coinvolti nel varietà di Raiuno Ti piace la mia faccia?. Ancora una coppia, ma molto diversa dalle altre. Mario, capelli lunghi, barba folta e immancabile chitarra fra le braccia, e Pippo, baffoni, occhialetti e parlata spigliata, si affidavano nei loro sketch a una mimica esasperata, complice e nevrotica, costellata da lunghi silenzi e impennate surreali.

L’altro ieri Mario, all’età di 83 anni, a Bologna, se ne è andato, lasciando nel dolore il fratello maggiore di un anno. È morto per complicazioni polmonari legate alla frattura del femore ma non è stato il Covid a ucciderlo. E al nipote Andrea, figlio di Pippo e anche lui attore, sono ieri arrivate le condoglianze di mezzo mondo dello spettacolo, da Virginia Raffaele a Fiorello, da Enrico Bertolino a Gino e Michele, a riprova di quanto quel duo, solo apparentemente legato alla memoria collettiva, ancora ci appartiene.

Avevano cominciato per caso, i fratelli Santonastaso (l’uno geometra e l’altro ragioniere), a fare spettacolini amatoriali in giro per Bologna con la sorella Lucia, campionessa del telequiz Il musichiere. Cresciuti in Emilia ma con una parlata che rivelava l’origine napoletana della famiglia, si affidavano a una comicità forse “demenziale” (il termine sarebbe stato sdoganato pochi anni dopo da Freak Antoni) ma di certo grottesca, figlia di una scuola cabarettistica tenuta a battesimo da quel poker di assoluti solisti che erano i Gufi e prima, molto prima, ancora i Gobbi.

È Marchesi, appunto, a lanciarli. Arrivano i programmi fortunati Per un gradino in più, Chi è di scena, Uno+uno-Duo, arrivano le Domeniche in di Corrado e le Buona Domenica. Alcune delle loro scenette più famose, Lo sbarco sulla luna o Le olimpiadi, sono visibili on line e mostrano come siano tecnica e intelligenza a far vibrare la corda pazza della risata.

Poi l’inevitabile declino (Mario da oltre vent’anni si era ritirato, mentre Pippo continua a una fertile attività cinematografica) e la nostalgia. Ma l’avventura dei Santonastaso resta preziosa intanto perché conferma nel panorama dello spettacolo italiano la centralità della coppia comica (confermata ora da Ale e Franz, Ficarra e Picone...), che è una preziosa eredità dell’avanspettacolo. Eppoi perché rimanda ad anni davvero formidabili. A quelli del Derby di Milano, il locale dove anche Mario e Pippo si erano formati e dove gente come Lauzi, Toffolo o Andreasi andava inventando una nuova sintassi dell’umorismo, figlia dei fuochi del ‘68 e dell’insofferenza. Con un occhio a Ionesco e un altro a Flaiano, appunto.