Marina Ripa di Meana e Vittorio Sgarbi (fotogramma)
Marina Ripa di Meana e Vittorio Sgarbi (fotogramma)

Roma, 7 gennaio 2018 - C'era, in Marina Ripa di Meana, una naturale vocazione artistica, a metà strada fra Oscar Wilde e Andy Warhol. Le era toccato di vivere in un’epoca difficile. Figlia della guerra, si era sposata quando ancora ci si univa in chiesa, ben prima dell’introduzione del divorzio, e con un esponente dell’aristocrazia nera romana. Il primo matrimonio, con Alessandro Lante della Rovere, avvenne nel 1964, molto prima che divampasse il femminismo militante. Così Marina ebbe un’educazione tradizionale, inserita nel mondo aristocratico, nella Roma che si concedeva gli ultimi fasti di tante stagioni felici con la ‘dolce vita’. Quella della fantasia di Marina negli anni in cui le donne sono come Kim Novak e Anita Ekberg e gli uomini sono come Marcello Mastroianni. Uomini e donne nuovi ma, per così dire, premoderni. Non ancora come quelli della mia generazione, la più fortunata, dei nati nel secondo dopoguerra e giovani negli anni del movimento studentesco.

Marina Ripa di Meana, il matrimonio con il marito Carlo in Umbria / FOTO

Sarebbero bastati dieci anni per passare dalla ‘gioventù bruciata’ alla ‘gioventù liberata’, al 1968. Ci furono entusiasmo, fantasia e immaginazione al potere in quegli anni. Ma Marina era una donna che si era formata nel mito tardivo della femme fatale : era bellissima e seduttrice, e attraverso queste arti riusciva a rovinare gli uomini. Io ero bambino, ma sono certo che, in quegli anni, Marina aveva sontuose pellicce di visone, mentre, molti anni dopo si sarebbe schierata contro l’uso per moda di pelli e pellicce, lo sterminio dei cuccioli delle foche, contro le corride, diventata animalista.

Allo stesso modo, la sua capacità di seduzione felina si rovesciò in femminismo quando i tempi consentirono alle donne di manifestare le loro superiorità. È stata certamente il personaggio più notevole di quel passaggio d’epoca, da un piccolo mondo antico a un piccolo mondo moderno. Un caso interessante di femminismo non classico, non provocatorio, non urticante (e spesse volte, invece, intrigante e seduttivo), e comunque non antagonista al maschio. Il modo migliore per umiliare un uomo è sottometterlo sessualmente, sedurlo fino a fargli perdere la testa, mantenendo la propria. Marina è stata femminista, sottomettendo i maschi al suo dominio. La sua natura era provocatoria, divertente, smodata, sempre pronta al colpo di scena, come quando lanciò la torta in faccia a Costanzo o la ‘pipì d’artista’ a me.

Erano reazioni indispettite, indignate, come per rivendicare diritti lesi. Ma lo faceva sorridendo, convinta di giocare in un mondo di eterni bambini, fulminei nell’incazzarsi e altrettanto nel perdonarsi. Le sue trovate, con un retrogusto artistico, erano espressione di individualismo, di antagonismo, di esibizionismo, e non alteravano il suo temperamento giocoso e divertente. Era una donna voluttuosa e decadente, una interprete femminile del Don Giovanni. In questo è stata certamente anticipatrice, una figura all’avanguardia tanto più dirompente nel contesto delle regole tradizionali. E proprio a lei è toccato rappresentare una fase evolutiva della donna seduttrice.

Anche dopo i dispetti io, che la conoscevo da tanti anni e le ero stato vicino anche per il suo compiacimento del mio carattere affine, avevo ripreso a vederla con il consueto affetto e tranquillità. Era bella, era stata bellissima, sempre interessante. Ha rappresentato la fase evolutiva della seduttrice in donna che rivendica la propria autonomia e primato. Ma lei era riuscita a rovesciare le parti uomo/donna in un momento in cui la parità era molto difficile , affermando, paradossalmente, il primato della donna. Adesso le donne ci hanno abituato a fare quello che vogliono. Lei è stata una delle prime.