Lo scrittore Marco Vichi
Lo scrittore Marco Vichi

Firenze, 19 agosto, 2019 - Marco Vichi, scrittore di gialli, ci spiega perché il giallo va così forte d’estate?
"Se mi chiama scrittore di gialli ci salutiamo subito".

Marco Vichi, scrittore, ci spiega perché il giallo va così di moda in estate?
"Così va meglio. Non saprei rispondere con esattezza. Sa, non leggo gialli. Però direi che, sostanzialmente, si considera il giallo – sbagliando – una scrittura più leggera, quindi più adatta a una stagione dove, in teoria, ci si riposa dalle fatiche dell’anno. Non esiste una sola categoria di giallo. C’è quello truculento e quello psicologico, quello di azione e quello di indagine pura, i capolavori e la robetta. Ognuno sceglie giustamente il suo e si mette sotto l’ombrellone tranquillo, e come dicevano gli inglesi: 'ammazza il tempo'. Ma il fatto è che il fascino del male non tramonta mai".

E lei ora che cosa sta facendo?
"Scrivo. Con tutti gli scongiuri del caso, a novembre sarà in libreria una nuova avventura del mio commissario Bordelli".

Potrebbe svelarci titolo e editore?
"Certo: L’anno dei misteri. L’editore è Guanda, come sempre".

E la trama?
"Beh, non esageriamo. Dico solo che comincia il 6 gennaio del 1969 con la finale di Canzonissima".

Tanta Firenze nei suoi romanzi. Una Firenze scomparsa.
"Sì, come è scomparso tutto il mondo degli anni ’60. È normale che Bordelli racconti una città diversa da quella attuale".

Magari migliore...
"Nemmeno per idea. Questa mania, molto umana per carità, di parlare del passato come se fosse un’epoca migliore, non ha molto senso. Il mondo cambia. Quella di Bordelli è una Firenze lontana, che non tornerà mai più, ma la Storia non si può fermare".

Dunque non è nostalgia dei tempi che furono, Vichi?
"Nessuna nostalgia, se non della giovinezza. La nostalgia è sentimento umanissimo. Si sente la mancanza del passato perché si era più giovani. E quindi si crea il mito di un’epoca. Ma tale resta: un mito. Il che non significa che il passato sia meglio del presente. Bisogna capire che tutto cambia".

A proposito di passato. Quali scrittori hanno più contribuito alla sua formazione?
"I russi. I russi del diciannovesimo secolo hanno dato la prima spinta, forse decisiva, al mio percorso di scrittore. Poi strada facendo ho trovato molti altri maestri: scrittori che alimentano il già forte desiderio di scrivere. Ma sono troppi, se mi metto a fare la lista si fa notte".

Ma si vive di scrittura?
"Non è un mestiere facile. Ma, certo, ci si vive. Con tutti gli scongiuri di cui sopra, ovvio...".

Lei ha un editor, Laura Bosio, che è anche una scrittrice di fama. Meglio, no?
"In teoria, no. In pratica non potevo desiderare di meglio, perché Laura Bosio sa distinguere tra essere editor e essere scrittrice. Non confonde i due mondi, e questa è la qualità necessaria per gli scrittori/editor".

Prima di scrivere, fa una scaletta?
"Per carità. Vade retro, scaletta! Sono nemico giurato delle scalette. Ho davanti a me l’inizio di un sentiero e comincio a camminare scoprendo via via la storia: per me appunto la scrittura è scoperta, non invenzione".

In molti le chiederanno consigli e le invieranno opere prime.
"Ora un po’ meno, sono riuscito ad arginare il fenomeno. Ma sino a poco tempo fa era un dramma. Mi sono arrivati centinaia di manoscritti, se li leggessi tutti smetterei di scrivere".

Le persone avranno pur diritto di fare letteratura.
"Chi lo nega? Però io non posso leggere tutto e, più che altro, non posso raccomandare nessuno. Al massimo posso fare il postino. Però decide l’editore, è lui che ci mette i soldi, diciamo...".

Lei crede alla dizione di giallo mediterraneo?
"Mah, se serve a mettere i libri in un certo scaffale, sì. Ma, anche qui, si cade nell’ansia classificatoria. Mi spiego: è chiaro che se uno scrittore è livornese scrive di Livorno e ha un’idea dei porti del Mediterraneo".

Lei è di Firenze e scrive di Firenze. Però scrive anche di Parigi...
"Per forza. Io sono di Firenze, ma ho vissuto sette anni nella capitale francese. Mi muovo meglio a Parigi che a Milano...".