Mara Maionchi
Mara Maionchi
Milano, 28 marzo 2021 - Mara Maionchi, che cosa la fa ridere? "Mi viene in mente la scena di Chaplin in ‘Tempi moderni’ con i pattini a rotelle, quando, bendato, pattina sfiorando il baratro – risponde, in attesa di condurre dal primo aprile con Fedez, ‘Lol‘, il programma di Prime Amazon (in cui comici affermati si sfidano in una insolita gara: a chi riesce a non ridere, di fronte alle battute altrui) –. Un capolavoro". Sua mamma era soprannominata Emilietta la sanguinaria... "Aveva un carattere molto forte, molto decisionista. Veniva da Como, e i comaschi sono peggio dei milanesi". È vero che quando le annunciò che si sposava, sua madre rispose: ‘I matrimoni mi mettono tristezza’? "E’ vero, non venne al matrimonio, ma poi partecipò alla cena. D’altronde al matrimonio c’eravamo solo io, mio marito, e i due testimoni. Una cosa molto semplice perché non sapevamo quanto sarebbe durata... e invece resiste da 44 anni". Dopo aver fatto i lavori più diversi, come arrivò alla casa discografica Ariston? "Rispondendo a un annuncio sul giornale. Cercasi segretaria per ufficio stampa. Lì imparai tutto da Alfredo Rossi, il patron". Poi passò alla...

Milano, 28 marzo 2021 - Mara Maionchi, che cosa la fa ridere?

"Mi viene in mente la scena di Chaplin in ‘Tempi moderni’ con i pattini a rotelle, quando, bendato, pattina sfiorando il baratro – risponde, in attesa di condurre dal primo aprile con Fedez, ‘Lol‘, il programma di Prime Amazon (in cui comici affermati si sfidano in una insolita gara: a chi riesce a non ridere, di fronte alle battute altrui) –. Un capolavoro".

Sua mamma era soprannominata Emilietta la sanguinaria...

"Aveva un carattere molto forte, molto decisionista. Veniva da Como, e i comaschi sono peggio dei milanesi".

È vero che quando le annunciò che si sposava, sua madre rispose: ‘I matrimoni mi mettono tristezza’?

"E’ vero, non venne al matrimonio, ma poi partecipò alla cena. D’altronde al matrimonio c’eravamo solo io, mio marito, e i due testimoni. Una cosa molto semplice perché non sapevamo quanto sarebbe durata... e invece resiste da 44 anni".

Dopo aver fatto i lavori più diversi, come arrivò alla casa discografica Ariston?

"Rispondendo a un annuncio sul giornale. Cercasi segretaria per ufficio stampa. Lì imparai tutto da Alfredo Rossi, il patron".

Poi passò alla ‘Numero Uno’, leggendaria casa discografica di Lucio Battisti e Mogol. Che tipo era Battisti?

"Lavorava come un impiegato. Arrivava alle 9, apriva la porta del suo studio e si metteva a cercare un giro musicale che funzionasse. I ragazzotti di oggi pensano che l’ispirazione venga tutto d’un tratto, che le canzoni nascano di colpo. Non è vero: si parte da un’idea ma poi bisogna lavorarci sopra. Lucio era molto simpatico e spiritoso. Ricordo che, quando stava per nascere suo figlio, gli chiesi che nome gli avrebbero dato. Lui mi rispose: Erno. Erno?, dissi io, che nome è? E lui: voglio che quando passo per strada quelli che mi vedono dicano: aho, quello è il padre de Erno".

Ha lavorato molto anche con Ornella Vanoni.

"Facevo l’ufficio stampa. Ornella ci teneva moltissimo ad apparire in copertina sui rotocalchi più diffusi, Gente o Oggi. Ma doveva subire la concorrenza spietata di Mina, che aveva tanti motivi per finirci. Così un giorno decisi di presentarmi a Vittorio Buttafava, direttore di Oggi. Rimasi nella sala d’aspetto per tre giorni interi. Alla fine, quando uscì dal suo ufficio e mi vide, Buttafava sbottò: Va bene, gliela faccio la copertina!. Ornella era molto generosa, dopo che li aveva indossati due o tre volte in televisione mi passava tutti i suoi vestiti. Per fortuna avevamo la stessa taglia."

Con Gianna Nannini quante avventure...

"Una volta finimmo in mezzo a una rapina. Eravamo scesi dagli uffici della casa discografica nella banca Cesare Ponti per prelevare dei soldi. Appena entrati, arriva un uomo tutto trafelato e armato, che intima: tutti a terra. La prima cosa che ho pensato è stata: ma per terra fa freddo. Senza pensarci, d’istinto, con Gianna ho imboccato la porta di uscita, che era vicina. Subito fuori c’era una camionetta dei carabinieri. una rapina, una rapina, ci siamo messe a urlare. Il rapinatore venne preso, ma i carabinieri ci fecero una ramanzina perché eravamo scappate fuori. Io indossavo un pellicciotto di quelli che andavano di moda negli anni ‘70. Dissi al carabiniere: be’, anche se mi sparava, il giubbotto avrebbe fermato il colpo. Signora, rispose lui, se le sparava il foro di uscita sarebbe stato grosso come una mano".

Fabrizio De Andrè...

"Un genio, ma anche un caratteriale. Quando si arrabbiava era tremendo. Quando aveva una scadenza per la consegna del disco non era mai pronto, arrivava sempre in ritardo. In un’occasione aveva cominciato a fare delle ricerche su Gengis Khan, avrebbe dovuto essere il tema del disco. Poi invece virò sugli indiani d’America, per il disco, Fiume Sand Creek. S’intestardì che in copertina voleva quel quadro, che era di un museo americano. Avere il permesso fu difficilissimo, ci vollero mesi e mesi di corrispondenza, ma lui non voleva saperne di scegliere un altro soggetto".

È vero che aggredì Adriano Pappalardo?

"Aggredire è una parola grossa. Adriano, come tanti altri, non aveva pazienza. Per raggiungere certi risultati bisogna lavorare a lungo, assecondare le produzioni. Ma lui non lo capiva, protestava. Allora mi sono sfilata la cintura dei jeans e con quella l’ho picchiato un po’. Per fortuna non ha reagito, perché è bello grosso".

La pazienza che avete avuto con Tiziano Ferro...

"Io e mio marito l’avevamo ascoltato all’Accademia di Sanremo e riconoscemmo subito la sua timbrica particolarissima. Come autore era fragile. Ma la canzone era tremenda. Non aveva capito come si costruisce un brano. Ha impiegato tre anni per impararlo. Partiva da Latina, veniva a Milano a farci ascoltare le canzoni, che erano quasi tutte terrificanti, e tornava a casa con le pive nel sacco. Ma piano piano c’è riuscito".

Con suo marito Alberto Salerno, che è stato l’autore di grandi successi, ne cito solo uno, ‘Io vagabondo’, grandi litigate...

"Una volta. Adesso un po’ meno. Litighiamo per delle stupidate. Una volta gli ho tirato un piatto di peltro, ma non l’ho preso".

Avete anche raccontato del suo tradimento...

"Pora stella, si è divertito cinque minuti, forse anche meno. Ma è roba di cento anni fa... Non era neanche così furbo, si era tenuto la ricevuta dell’albergo e voleva anche farla scaricare dal commercialista... Non mi sembrava il caso di mandare a monte un matrimonio per una cosa del genere".

Un giudizio sul Festival di quest’anno?

"I Maneskin molto forti. Mi sono piaciuti Colapesce-Dimatrino, i Coma-Cose che avevo invitato a Sky. Mi è spiaciuto per Aiello, bravissimo: ma all’Ariston ha urlato troppo. Achille Lauro l’avrei fatto esibire una sola serata, in fondo non ha ancora un grande repertorio. Ma i veri complimenti li ho fatti a Orietta Berti, finalmente una che canta bene".