Foto: MasaoTaira / iStock
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Roma, 18 dicembre 2020 - Lo sappiamo bene: gli allevamenti intensivi rappresentano una delle principali cause di emissioni nocive. Mangiare meno carne, dunque, viene fatto passare come uno dei modi per avere una dieta meno impattante sull’ambiente. Tuttavia, come conferma una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Environmental Research Letters, togliere gli alimenti di origine animale dalla propria alimentazione non è sempre il miglior modo per contribuire al benessere del pianeta. O meglio, non lo è in tutti i paesi del mondo, dato che la ricerca accademica sull’impatto ambientale degli allevamenti non prende in considerazione moltissimi stati a basso reddito.

Le disuguaglianze globali

La letteratura scientifica sui bestiami pubblicata dal 1945 in poi, secondo la ricerca, comprende solo il 13% di informazioni provenienti dal continente africano. Eppure l’Africa vanta il 20% della popolazione mondiale di bovini, il 27% di ovini e il 32% di caprini. Otto dei dieci più importanti istituti che pubblicano studi sul bestiame e gli allevamenti si trovano negli USA, in Francia, nel Regno Unito e nei Paesi Bassi. E solo due, tra cui l'International Livestock Research Institute (ILRI), hanno sede in Africa, dove il settore zootecnico è la spina dorsale dell'economia.
Gli accademici, guidati dal dottor Birthe Paul dell’Alliance of Bioversity International, hanno spiegato che gli studi che trattano gli impatti negativi degli allevamenti intensivi ignorano il ruolo positivo che il bestiame riveste nei cosiddetti servizi ecosistemici (i benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano), nel reddito delle popolazioni e nella fornitura di beni e servizi ai paesi più poveri. Inoltre, viene spesso trascurato il modo in cui gli animali vengono allevati, facendo di tutta l’erba un fascio. Insomma, l’allevamento del bestiame non va demonizzato a prescindere.

Eliminare la carne dalla dieta non risolverà il problema 

"I sistemi misti nei paesi a basso e medio reddito, dove la produzione animale è completamente collegata alla produzione agricola, possono effettivamente essere più sostenibili dal punto di vista ambientale", ha detto An Notenbaert dell'Alliance of Bioversity International. Ad esempio, nell’Africa Sub-Sahariana il letame è una risorsa nutritiva che mantiene in salute il suolo e le colture. In Europa, invece, enormi quantità di letame rese disponibili attraverso le industrie del bestiame stanno sfruttando in maniera eccessiva i terreni agricoli e causando problemi ambientali. Inoltre, secondo il report i pastori della Savana africana accudiscono le loro mandrie di notte con una pratica particolare, basata su una tipologia più varia di nutrienti forniti agli animali: queste tecniche pare abbiano degli effetti positivi in termini di biodiversità. C’è poi la questione del mangime, che in Africa è di produzione locale mentre negli USA e in Europa e perlopiù importato (dunque l’impatto sull’ambiente è maggiore).
“La produzione di carne in sé non è il problema. Come qualsiasi alimento, quando viene prodotto in serie, intensificato e commercializzato, il suo impatto sul nostro ambiente si moltiplica", ha affermato Polly Ericksen, una delle autrici della ricerca, “eliminare la carne dalla nostra dieta non risolverà il problema. Sebbene sostenere una dieta a basso contenuto di carne abbia senso nei sistemi industrializzati, non si tratta di una soluzione applicabile ovunque”.