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21 mag 2022

Mamma Hathaway: non sono una diva

Anne conquista Cannes con “Armageddon Time“. "Nel film porto l’eredità morale di mia suocera ebrea"

21 mag 2022
giovanni
Magazine

di Giovanni

Bogani

Anne Hathaway: la ragazzina dagli occhi di cerbiatto è diventata donna, madre – nella vita, e nella finzione del film. E, a Cannes, in un film bellissimo, intimo, amaro e intelligente, Armageddon Time di James Gray, passato in Concorso giovedì, ha fornito una volta di più una prova del suo talento. E della sua raggiunta maturità espressiva. Sono passati degli anni, e dei film, da quando con quegli occhi enormi ascoltava le richieste impossibili della direttrice- “diavolo che veste Prada“ - Meryl Streep, e riusciva a esaudirle tutte. Poi sono arrivati tanti film, e un Oscar, nel 2012, per la sua Fantine nel musical I Miserabili.

È disinvolta, sorride ai fotografi, non ha paura di cadere dal terzo piano di quei tacchi. Ma c’è stato un tempo in cui Anne, quarant’anni a novembre, non aveva tutta quella disinvoltura. Lo confessa: "Ero divorata dall’ansia. Mentre la mia carriera decollava, ero divorata dall’insicurezza. La stagione degli Oscar era fonte di angoscia; fin da Natale smettevo di mangiare, perché credevo che le star dovessero essere magrissime. Fumavo di continuo, per calmare i nervi, e non mi nutrivo". Poi l’Oscar è arrivato: ma anche la sensazione di dover voltare pagina. "Ho capito che dovevo ringraziare la vita, e prendermi cura di me". È arrivato il matrimonio, con l’attore Adam Shulman, e due difficili gravidanze. Anne – o meglio, Annie: "Annie mi piace di più; Anne è come mi chiamava mia madre quando mi sgridava" – è diventata madre di Jonathan nel 2016, e di Jack nel 2019. Ma non è stato un cammino facile.

Su Instagram ha rivelato con grande franchezza le sue difficoltà. "A tutte le persone che attraversano l’inferno dei problemi di infertilità, sappiate che nessuna delle mie gravidanze è stata semplice. Ogni volta che cercavo, invano, di rimanere incinta qualcun’altra ci riusciva. Io mi vergognavo di sentire per loro una specie di invidia. Così ho pensato alle altre donne, tante, che vivono l’inferno di questo problema, e al fatto che io potevo raggiungerle, dare loro coraggio. A volte le donne hanno l’impressione che sia colpa loro. Sembra semplice, per gli altri. Dicono: “Allora, perché ci metti tanto a fare un figlio?“…".

La famiglia conta tanto per lei. Nel parlare del film con cui approda a Cannes – per la prima volta – ha detto ieri, quasi in lacrime: "Interpretare una madre ebrea è stata l’occasione per rendere omaggio alla madre di mio marito Adam, la donna migliore che abbia mai incontrato. E l’eredità morale di avere avuto una “mamma ebrea“ nella mia famiglia mi guiderà per il resto della mia vita". Armageddon Time – il titolo è un omaggio alla canzone dei Clash Armagideon Time, cover di un brano di Willie Williams su sofferenze e ingiustizie sociali – è ambientato nel 1980: l’anno in cui Reagan viene eletto presidente degli Usa. In questo contesto, si sviluppa un film sulla perdita dell’innocenza da parte di un ragazzino, nel quale traspare, in filigrana, lo stesso regista James Gray: "Volevo mostrare gli strati di privilegio bianco che esistevano negli anni ’80, e che esistono ancora oggi", dice Gray.

Il personaggio del padre è interpretato da Jeremy Strong (l’attore-fenomeno della serie tv Succession), che riesce a sfaccettare un genitore severo, irascibile eppure tenero, sconfitto, doloroso. In una scena picchia con la cintura il figlio, ma si percepisce anche il suo dolore. "È un’immagine emblematica di come siamo stati trattati da bambini", confessa.

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