La Luna (Gremogli)
La Luna (Gremogli)

Roma, 27 febbraio 2020 – Cosa c’è sotto la faccia nascosta della Luna? Ormai non è più un mistero. Grazie a uno studio del Cnr-Irea e dell’Università Roma Tre, pubblicato su Science Advances, è stata svelata per la prima volta la stratigrafia del sottosuolo del Polo Sud-Aitken, situato sul volto nascosto della Luna. Ecco come si presenta:

Il suolo della faccia nascosta della Luna si presenta come una distesa di finissima polvere grigia, la cosiddetta regolite lunare, sotto la quale si susseguono vari strati prodotti dagli impatti che hanno modellato la superficie lunare nel corso di miliardi di anni. A vederli per la prima volta, fino a una profondità di 40 metri, è stato il radar della missione cinese Chang’e 4, che nel gennaio 2019 ha portato il rover YuTu-2 sul fondo del cratere Von Karman, all’interno del più grande bacino da impatto lunare, il Polo Sud-Aitken.

Sono tre i ricercatori italiani che hanno partecipato a questa scoperta: Sebastian Lauro e Elena Pettinelli, dell’Università degli Studi Roma Tre, e Francesco Soldovieri, dell’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irea). Gli stessi che nel 2018 hanno scoperto l’acqua liquida sotto il polo sud marziano.

“Quello che ci ha più sorpreso – afferma Elena Pettinelli – è la straordinaria trasparenza del terreno di Von Karman alle onde radio, che ci ha permesso di vedere distintamente le strutture geologiche fino a 40 metri di profondità: solo un primo assaggio di quello che si trova sotto e che rende la crosta della faccia nascosta così diversa da quella visibile e ben più nota”. Se la faccia visibile della Luna ha una crosta più sottile caratterizzata da larghi bacini chiamati mari, riempiti di lava basaltica proveniente dal mantello ormai solidificata, la faccia nascosta ha invece una crosta più spessa, sostanzialmente priva di mari, e costituita per lo più dal materiale crostale originario formatosi miliardi di anni fa.

“Abbiamo dovuto lavorare solo all’analisi dei dati – spiega Sebastian Lauro – per estrarre le informazioni riguardanti i dettagli della stratigrafia e, soprattutto, per evitare errori nell’interpretazione dei dati. Alla fine – aggiunge Francesco Soldovieri – abbiamo individuato l’algoritmo giusto e, applicando un approccio noto come inversione tomografica, siamo riusciti a individuare la presenza dei tipici prodotti di impatto sotto uno spesso strato di regolite”.