La stele di Rosetta è custodita al British Museum di Londra dal 1802
La stele di Rosetta è custodita al British Museum di Londra dal 1802
di Aristide Malnati La stele di Rosetta deve tornare a casa, in Egitto, l’unico Paese a cui veramente appartenga. È perentorio Zahi Hawass, massimo egittologo al mondo, star indiscussa delle maggiori reti televisive statunitensi ed europee (spesso è protagonista di Freedom, intervistato da Roberto Giacobbo), nel pretendere, senza mezzi termini, che il British Museum restituisca uno dei reperti-simbolo dell’Egittologia. Lo fa con una sorta di proclama sul suo seguitissimo profilo Instagram, con un finto sondaggio che in realtà ha la risposta implicita e che incendia gli animi degli ultras del mondo dei faraoni: "La stele di Rosetta, che ha permesso al genio di Jean François Champollion nel 1824 di decifrare l’alfabeto geroglifico, è stata...

di Aristide Malnati

La stele di Rosetta deve tornare a casa, in Egitto, l’unico Paese a cui veramente appartenga. È perentorio Zahi Hawass, massimo egittologo al mondo, star indiscussa delle maggiori reti televisive statunitensi ed europee (spesso è protagonista di Freedom, intervistato da Roberto Giacobbo), nel pretendere, senza mezzi termini, che il British Museum restituisca uno dei reperti-simbolo dell’Egittologia.

Lo fa con una sorta di proclama sul suo seguitissimo profilo Instagram, con un finto sondaggio che in realtà ha la risposta implicita e che incendia gli animi degli ultras del mondo dei faraoni: "La stele di Rosetta, che ha permesso al genio di Jean François Champollion nel 1824 di decifrare l’alfabeto geroglifico, è stata presa dai francesi durante la spedizione di Napoleone e poi sottratta dall’esercito inglese quando sconfisse Napoleone nel 1801 e subito portata al British Museum di Londra. Da lungo tempo chiedo la sua restituzione: essa è stata portata fuori dal nostro Paese illegalmente durante il periodo coloniale ed è un reperto che dà un forte valore simbolico all’Egittologia, ma anche all’Egitto e agli egiziani".

E, dopo simile premessa, si lancia in un sondaggio dall’esito scontato: "Voi cosa ne pensate? La stele deve tornare in Egitto oppure no?" Le migliaia d risposte in pochi giorni (il post è della sera del 15 luglio, giorno in cui il prezioso manufatto venne rinvenuto nel 1799) non lasciano dubbi, un plebiscito: gli inglesi devono restituire il maltolto. A dirlo ovviamente moltissimi egiziani (il post di Hawass è stato scritto in inglese e in arabo), ma anche lettori e estimatori del faraone dell’Egittologia che commentano da tutto il mondo: anche un certo numero di britannici, convinti che i maggiori musei del Regno dovrebbero restituire i cimeli portati oltremanica durante gli anni della colonizzazione, ad iniziare dai reperti egizi (lo stesso Hawass, in più di un’occasione, ha reclamato anche le numerose mummie del British).

Non sono pochi, tra i followers dello studioso egiziano, anche i nostri connazionali che gli danno ragione, pretendendo, sull’onda emotiva, anche la restituzione della Gioconda da parte del Louvre. Hawass non è nuovo a queste bordate mediatiche, che poi rimbalzano in tutto il mondo: più volte polemizzò con il Neues Museum di Berlino chiedendo indietro il leggendario Busto di Nefertiti, arrivando a dire in un’occasione che i media tedeschi facevano arditi fotomontaggi del ritratto della bellissima regina, presentandola come una donna discinta e volgare.

I suoi tentativi, tuttavia, non sono mai stati presi troppo in considerazione né dai governi, ma nemmeno dai direttori dei musei, tra cui anche gli ultimi direttori del Museo egizio di Torino, a cui il mediatico guru dell’Egittologia ha chiesto a più riprese vari pezzi pregiati, ad iniziare dal papiro erotico. Si fa rilevare, da parte di molti studiosi e museologi che operano nel settore delle antichità, che eventuali restituzioni sono regolate da intese che variano a seconda dell’istituzione museale e a seconda dell’oggetto e della sua storia successiva al ritrovamento: questo Hawass lo sa bene e non spera più di tanto in un risultato concreto.

La sua mossa, fanno notare al British, è volutamente mediatica e nazionalpopolare e mira ad ottenere in primis ulteriore visibilità personale (preziosa per trovare sponsor per i suoi lavori) e, soprattutto, mira a convincere i grandi musei e le grandi istituzioni a elargire, quasi come contropartita, finanziamenti per scavi e opere legate all’archeologia, che da solo l’Egitto non riuscirebbe a sostenere.

A iniziare dall’ultimazione del Grande Museo Egizio vicino alle piramidi di Gizah, la cui realizzazione, data per pronta da anni, ha un ritardo sempre più imbarazzante.