Una scena del film 'The French Dispatch'
Una scena del film 'The French Dispatch'
È una redazione composta da bislacchi giornalisti che scrivono storie molto bizzarre. Del resto, è questo il mondo, coloratissimo e beffardo, spericolatamente fantasioso, di Wes Anderson, cinquantaduenne regista di film come I Tenenbaum e Grand Budapest Hotel. The French Dispatch, dall’11 novembre nelle sale, è il suo decimo film e schiera un cast stellare che comprende alcuni suoi attori di sempre, a cominciare da Bill Murray, Tilda Swinton, William Dafoe, Owen Wilson e nuove presenze come Timothé Chalamet, Léa Seydoux, Benicio Del Toro, Adrien Brody, Frances McDormand. Si immagina che alla morte del fondatore e direttore della rivista French Dispatch (Bill Murray), i redattori decidano di pubblicare un ultimo numero con tre delle migliori storie apparse sulla testata....

È una redazione composta da bislacchi giornalisti che scrivono storie molto bizzarre. Del resto, è questo il mondo, coloratissimo e beffardo, spericolatamente fantasioso, di Wes Anderson, cinquantaduenne regista di film come I Tenenbaum e Grand Budapest Hotel.

The French Dispatch, dall’11 novembre nelle sale, è il suo decimo film e schiera un cast stellare che comprende alcuni suoi attori di sempre, a cominciare da Bill Murray, Tilda Swinton, William Dafoe, Owen Wilson e nuove presenze come Timothé Chalamet, Léa Seydoux, Benicio Del Toro, Adrien Brody, Frances McDormand. Si immagina che alla morte del fondatore e direttore della rivista French Dispatch (Bill Murray), i redattori decidano di pubblicare un ultimo numero con tre delle migliori storie apparse sulla testata.

Anderson, come nasce questo film?

"L’ispirazione nasce dal New Yorker, un settimanale che leggevo fin da ragazzino. Poi ho cominciato a interessarmi a tutta la realtà che stava dietro a questa prestigiosa rivista statunitense: come veniva fatta, che tipo di persone vi lavoravano. La prima cosa che mi ha attirato sono stati quei racconti di fantasia che in passato erano all’inizio della rivista, mentre successivamente il New Yorker ha puntato di più sul giornalismo politico. Questo film viene presentato come un film sul giornalismo ma in realtà si tratta di storie immaginarie. Tratta del giornalismo ma non è giornalismo".

Come mai ha scelto di ambientare la storia in Francia e di girare ad Angoulême?

"L’idea era proprio quella di fare un film francese, anche per quello che riguardava parte del cast. Volevo che fosse una cittadina non troppo grande e non troppo affollata, e Angoulême è stata la scelta ideale. Avevo sperimentato una situazione analoga in passato e avevo visto come permettesse di concentrarsi meglio sul film. Abbiamo trasformato alcuni scorci della città, costruito alcuni set da zero e abbiamo anche preso come comparse un migliaio di abitanti".

Secondo lei che ruolo ha oggi, al cospetto dell’informazione online, la carta stampata?

"Per me, comprare e leggere ogni giorno un quotidiano, è una straordinaria consuetudine a cui tengo molto. Qualcuno ha definito questo film ‘una lettera d’amore al giornalismo’, ma io non l’ho mai detto. Non si tratta per me, quando faccio un film, di fare un omaggio a qualcuno da cui ho imparato qualcosa o che ammiro, anche se sono sentimenti che provo. Si tratta banalmente di rubare qua e là per cercare di fare al meglio il mio film. Ma i ‘furti’ sono talmente evidenti che, proprio per evitare una possibile accusa di plagio, dichiaro apertamente la fonte della mia ispirazione. Alla fine di questo film sono elencati i nomi di tutti gli scrittori che ho letto da ragazzo sul New Yorker e a cui mi sono ispirato. Un po’ come fare una nota a piè di pagina".

In passato ha girato a Cinecittà. Ci sarà ancora l’Italia nel suo futuro?

"Questo è un film francese ma in effetti l’ispirazione nasce da un film italiano, L’oro di Napoli di Vittorio De Sica. Quando vidi quel film, decisi che volevo farne uno simile, ovvero un film che raccogliesse storie diverse, com’è nella tradizione molto italiana dei film a episodi. A Cinecittà ho girato Life aquatic e un corto per Prada. E amo talmente tanto l’Italia, che quando inizio a pensare a un nuovo progetto, cerco sempre di trovare un modo per poter tornare a Cinecittà, e sono sicuro che presto ci riuscirò. Agli inizi ho lavorato in Texas e Rushmore, che dà il titolo al mio primo film, è il posto dove sono cresciuto fino ai vent’anni e dove sono andato a scuola. Ormai, però, lavoro molto di rado negli Stati Uniti, preferisco fare i miei film in giro per il mondo. E c’è un vantaggio, perché quando lavoro su un film, non so come, nasce da quello l’idea per quello successivo. Due settimane fa ho terminato le riprese del mio nuovo film, Asteroid City, e anche se è ambientato negli Stati Uniti, l’ho girato in Spagna".