Ezra Pound (1885-1972) a Venezia in uno scatto del 1963
Ezra Pound (1885-1972) a Venezia in uno scatto del 1963
di Lorenzo Guadagnucci Quando Pier Paolo Pasolini si presentò al cospetto di Ezra Pound aveva 45 anni, il suo interlocutore 82. L’incontro avvenne a Venezia, ultima meta per il poeta statunitense di una vita appassionata a drammatica, trascorsa per lo più in Italia. Pasolini cominciò l’intervista – trasmessa dalla Rai nel giugno ‘68 ma registrata qualche mese prima – citando una poesia (Patto) in cui Pound si rivolge a Walt Whitman, riprendendone il senso: “Stringo un patto con te Ezra Pound ti detesto ormai da troppo tempo. Vengo a te come un fanciullo cresciuto che ha avuto un padre dalla testa dura sono abbastanza grande ora per fare amicizia”. Pasolini aveva a quel punto superato i vecchi giudizi (o pregiudizi, secondo alcuni) su quel poeta geniale e irregolare che aveva sinceramente detestato in quanto fascista. L’intervista televisiva di Pasolini diede un grande contributo alla “riabilitazione” di Pound e a una sua riscoperta in quanto...

di Lorenzo Guadagnucci

Quando Pier Paolo Pasolini si presentò al cospetto di Ezra Pound aveva 45 anni, il suo interlocutore 82. L’incontro avvenne a Venezia, ultima meta per il poeta statunitense di una vita appassionata a drammatica, trascorsa per lo più in Italia. Pasolini cominciò l’intervista – trasmessa dalla Rai nel giugno ‘68 ma registrata qualche mese prima – citando una poesia (Patto) in cui Pound si rivolge a Walt Whitman, riprendendone il senso: “Stringo un patto con te Ezra Pound ti detesto ormai da troppo tempo. Vengo a te come un fanciullo cresciuto che ha avuto un padre dalla testa dura sono abbastanza grande ora per fare amicizia”. Pasolini aveva a quel punto superato i vecchi giudizi (o pregiudizi, secondo alcuni) su quel poeta geniale e irregolare che aveva sinceramente detestato in quanto fascista. L’intervista televisiva di Pasolini diede un grande contributo alla “riabilitazione” di Pound e a una sua riscoperta in quanto poeta.

Il filo che legava Pound all’Italia non si era comunque mai spezzato, nemmeno negli anni bui del dopoguerra, quando il poeta accusato di tradimento rischiò nel suo paese la sedia elettrica, evitata perché il giudice lo dichiarò incapace di intendere e di volere e lo inviò al manicomio criminale St. Elizabeths’ di Washington D.C. La lunga detenzione (oltre dodici anni) fu per Pound – e come poteva essere altrimenti? – una sofferenza indicibile, mitigata dall’affetto di familiari e amici e, perché no, dalla vicinanza che gli dimostrarono giornalisti e uomini di cultura italiani.

Luca Gallesi, giornalista e traduttore dell’opera di Pound, ha raccolto nel volume È inutile che io parli (De Piante editore), una serie di “interviste e incontri” col poeta pubblicati sui giornali italiani fra il 1925 e il 1972. Per tre quarti sono articoli usciti dopo la guerra, e non mancano reportage dal manicomio dove il poeta era prigioniero.

Ezra Pound è stato il “nostro” Céline. Letterato di riconosciuta grandezza per i suoi inimitabili Cantos, un poema epico composto lungo vari decenni, ma politicamente “maledetto” per la sua convinta adesione al fascismo e per i suoi scritti antisemiti. Fra le due guerre Pound fu un’ammirata e vezzeggiata “stella” del regime: si era stabilito a Rapallo, che per qualche tempo fu un epicentro culturale del Belpaese. Un inviato arrivò a contarvi la simultanea presenza di ben sette premi Nobel, richiamati alla mitezza del clima e dal prestigio acquisito dalla cittadina ligure. Pound era un’attrazione del luogo. I giornalisti giungevano a Rapallo per descrivere quel poeta affascinante, altissimo, barba e capelli rossi, appassionato giocatore di tennis e ammiratore di Mussolini e del fascismo, che Pound vedeva "non come movimento di reazione, ma come ricostruttore dell’ordine sociale. (...) L’idea fascista è la più logica e la più sensata" (così in un’intervista del 1931 per il giornale La sera).

Pound si interessava di economia politica e combatteva "la tirannia dell’alta finanza": una visione, quasi un’ossessione, che per alcuni è stata profetica, visto il peso della finanza internazionale nel mondo attuale, ma che fu anche all’origine del suo antisemitismo, intriso di miti e stereotipi sui banchieri ebrei.

Durante la guerra, anche dopo l’intervento nel conflitto degli Stati Uniti, Pound rimase fedele al fascismo: i suoi virulenti discorsi via radio da Roma, in particolare contro il presidente Roosevelt, gli costarono a guerra finita l’internamento nel campo di prigionia di Pisa e poi il manicomio. Durante la detenzione del ‘45 Pound scrisse i Pisan Cantos, atto d’amore estremo per il nostro paese.

Una volta liberato, nel 1958, volle tornare subito in Italia. Sbarcò a Napoli e davanti ai giornalisti si sfogò a modo suo: "La cultura americana è putridume. Le università negli Stati Uniti sono fogne. In tutti i quarantotto Stati non si studia storia. Nessuno insegna nelle aule universitarie chi fossero John Adams e Jefferson. L’America è un paese di matti. I pochi sani che vi sono vengono rinchiusi nei manicomi. La cricca militare ha il sopravvento su qualsiasi organizzazione pubblica. Ma il male peggiore è l’usura. L’usura delle banche ha corrotto il mondo".

Il tempo non ha dissolto l’enigma Pound: grande poeta nel giudizio generale, ma uomo di dubbia lucidità storico-politica e sconcertante nella sua frusta foga antisemita. Camillo Pellizzi, intellettuale e giornalista fra i più in vista nel Ventennio, poi “epurato”, infine titolare della prima cattedra universitaria di sociologia istituita in Italia, scrisse sul Resto del Carlino nel 1958: "Non è facile giudicare quest’uomo; ma è anche vero che nessuno di noi è obbligato a giudicarlo. A noi e per noi italiani egli ha sempre augurato e desiderato il meglio che il suo spirito acceso e generoso potesse concepire".