Mercoledì 24 Luglio 2024
RICCARDO JANNELLO
Libri

Vincenzo Pardini: "Il mio Cristo aveva un cane. Era deluso dall’umanità, eppure deciso a salvarla"

Il nuovo romanzo dello scrittore lucchese, sempre attento alla natura e agli animali "L’ispirazione mi è venuta da un quadro, la spinta decisiva dalla biografia scritta da Papini".

Vincenzo Pardini, 73 anni

Vincenzo Pardini, 73 anni

Firenze, 23 giugno 2024 – Nei romanzi e nei racconti di Vincenzo Pardini non possono mancare natura e animali, che indicano la strada agli uomini che si arrabattano per vivere una vita decorosa. Un mondo selvaggio, ibrido, pieno di misteri e di antiche sofferenze, di fantasmi e briganti, di storie e leggende; arcaico nei modi ma sempre presente a se stesso. L’autore lucchese ha disegnato stavolta la sua natura a misura di un personaggio che sta sopra tutti noi: Gesù. E gli ha messo accanto un animale diverso dai soliti delle Scritture: un cane. Un connubio per nulla blasfemo, anzi. Vita di Cristo e del suo cane randagio (Vallecchi, in libreria da domani) è una parabola in cui lo scrittore vuole ribadire quanto a più di duemila anni di distanza la voce del Signore sia ancora la più umana e come i suoi messaggi siano attuali e ci possano indicare la strada della convivenza pacifica fra gli uomini e di essi con la natura.

Pardini, partiamo dal titolo quanto mai intrigante: come nasce?

"Anni fa vidi un quadro di cui non ricordo l’autore: era un’ultima cena e in fondo si vedeva un piccolo cane bianco. Mi venne così in mente un racconto di Cristo con l’animale".

Un tema non semplice…

"Infatti prendevo e riabbandonavo l’idea; la scrittura non andava via, non riuscivo ad essere credibile. Questo accadeva cinque o sei anni fa e nel frattempo ho scritto Il valico dei briganti".

Che cosa l’ha rimessa sulla giusta via?

"Giovanni Papini e la rilettura della sua Storia di Cristo. E così ho ripreso a scrivere".

Perché raccontare la vita di Gesù?

"Ho sempre avuto un buon rapporto con il Cristo, sono sempre stato un credente. Nel libro ho voluto dimostrare che al di là di tutto quello che si dice e si può pensare, egli era una persona normale. Ho seguito gli insegnamenti della Bibbia e fra i Vangeli quello di Giovanni: il mio è il Cristo dello Spirito Santo".

Accanto a lui compare quello che poi verrà chiamato Ebaù: come mai?

"Studiando ho scoperto che in realtà un cane esisteva davvero e quindi l’ho preso a pretesto imbastendo le scene della vita di Cristo legate ad esso".

Enorme, con il pelo bianco splendente, arriva nella grotta a proteggere, accanto al bue e all’asino, il Bambino, lo segue e lo salva talvolta dai pericoli: chi è in realtà Ebaù?

"Un angelo".

Per questo è l’unico esemplare bianco accanto a cani neri e ringhianti? La metafora del bene e del male?

"Sì, e d’altronde a ispirarmi è stato un pastore maremmano che possedevo e che si chiamava Jodo, proprio come il personaggio di uno dei miei romanzi (Jodo Cartamigli da cui è stato tratto il film Il mio West di Giovanni Veronesi con Pieraccioni, Keitel e Bowie, ndr). I maremmani sono cani indipendenti, con una mentalità talvolta primitiva; possono non obbedirti, ma il loro è un carattere protettore".

Quello che Ebaù ha per il Cristo…

"Infatti rimarrà selvaggio e fedele dopo che Gesù sarà crocifisso. E aspetterà il suo ritorno perché l’ha scelto come padrone per l’eternità".

Vincenzo Pardini come dimostra la sua fedeltà al Signore?

"La mia è una fede personale. Ritengo che Dio sia nascosto e bisogna saperlo cercare. Si tratta di un questione di pensiero, non occorre il computer per trovarlo perché qui siamo nel mondo dello spirito".

Nel suo romanzo colpisce l’uso della parola: che cos’è per lei la parola?

"In un certo senso è tutto. Io sono un cercatore di parole, devono essere le nostre amiche in questo periodo di crisi politica, morale e culturale. Non siamo più capaci di usarle, non diamo alcun significato ad esse, non sappiamo uscire da un frasario che è diventato monotono. La nostra mente è anestetizzata e non si riesce ad andare oltre. Anche con la punteggiatura voglio svegliare il cervello".

Lei combatte l’anestesia alternando linguaggio colto e gergale, come mai?

"Le parole colte sono quelle di Cristo: dovevo essere estremamente onesto verso me stesso e preciso per gli altri nel raccontare al meglio quella che è stata la sua Passione. L’uso delle parole gergali fa invece parte del nostro passato, da Dante in poi: dobbiamo tenerne viva la nostra memoria".

Gesù era consapevole del suo sacrificio e ne ha sofferto?

"Cristo sapeva quello che lo avrebbe aspettato, ripetendo: ‘Devo occuparmi delle cose del Padre mio’. Penso abbia sofferto quando non gli credevano, quando gli si rigiravano e lui continuava a dire: ‘Io ci vado’".

Cristo uomo che cosa pensava di tutto ciò?

"Penso si fosse un po’ scocciato dell’umanità che aveva attorno, che ne fosse deluso. Ma fino in fondo l’ha voluta salvare".

A lei Pilato è simpatico, almeno da quanto traspare dal libro…

"Direi di sì; è un soldato prestato alla politica, un uomo corrotto. Ci ho visto molto dei suoi colleghi di oggi. Quando manda Gesù da Erode vuole scaricare qualsiasi responsabilità perché in Cristo aveva avvertito qualcosa più grande di lui e la personalità l’aveva schiacciato".

Le donne rispetto ad altri romanzi su Gesù, penso a quello di Saramago, hanno in lei molto meno spazio. Come mai?

"Invece penso che la Samaritana, quella a cui Gesù unica si svela, sia un esempio di come la donna sia all’altezza dell’uomo, perfino migliore perché mette al mondo le creature".

A chi consiglia la lettura?

"Vorrei che ogni lettore prendesse da esso quello che gli sembra utile e chi ha perduto la fede la possa ritrovare".