Mercoledì 17 Luglio 2024
CESARE SARTORI
Libri

Un libro per l’estate / Quell’incontro speciale che cambia una domenica storta

Fabio Geda, “Una domenica” (Einaudi, 2019): un racconto, in equilibrio tra nostalgia e speranza, sulle imperfezioni dell’amore, sui rapporti coniugali ma anche su quelli padri/madri-figli e tra fratelli, nonché sui rimpianti e sulla vita che resta

Fabio Geda, torinese, 52 anni

Fabio Geda, torinese, 52 anni

Firenze, 19 giugno 2024 – Lui ha 67 anni, ne ha passati 40 costruendo ponti in giro per il mondo ed è vedovo da otto mesi “durante i quali ha scoperto di aver prestato nel corso della sua vita più attenzione alle cose urgenti che a quelle importanti”. Abita a Torino, in Lungo Po Antonelli e questa domenica di novembre si è alzato presto per preparare con cura un pranzo di famiglia: cipolle ripiene, budino di Seirass (un tipico formaggio piemontese) e tagliatelle di borragine. È la prima volta che lo fa da quando è morta la moglie. Ma qualcosa va storto: una nipotina si fa male cadendo dall’albero dei cachi, i genitori la portano al pronto soccorso e l’appuntamento salta. Preoccupato e anche un po’ deluso/amareggiato, l’uomo esce a fare una passeggiata e ai giardinetti con annessa pista di skate conosce Elena e suo figlio Gaston, anche loro soli e con l’aria un po’ sperduta, proprio come lui. L’uomo li inviterà a pranzo regalandosi la possibilità di essere padre e nonno anche se in un modo nuovo. L’uomo ha tre figli: Sonia, la primogenita che vive a Biella con marito e due figlie (sono loro che gli danno buca per il pranzo); Alessandro che lavora all’Agenzia europea per le sostanze chimiche a Helsinki (“E poi ricordati che non esiste buono o cattivo tempo ma... un buono o cattivo equipaggiamento”) e poi c’è la figlia di mezzo, di cui non viene mai fatto il nome, che fa l’attrice e regista teatrale (contro i desideri del padre che l’ha osteggiata in tutti i modi e con il quale, per questa e altre ragioni, non parla da tempo) e che è quella che racconta la storia in prima persona.

È un racconto, in equilibrio tra nostalgia e speranza, sulle imperfezioni dell’amore, sui rapporti coniugali ma anche su quelli padri/madri-figli e tra fratelli, nonché sui rimpianti e sulla vita che resta.

“Quando raggiungi l’età che avevano i tuoi genitori al tempo in cui eri un bambino, capisci quanto fossero giovani, e quanto inquieti fossero i loro cuori”. “Non sono mai stata brava a gestire la fragilità dei miei genitori: nei loro confronti non ho mai smesso di sentirmi figlia e di voler essere io quella accudita. Mi veniva spontaneo pensare che essendo più vecchi di me dovessero essere migliori di me, punto: una di quelle cose scritte nel destino. Dovevano essere più consapevoli, più forti, in grado di governare con più criterio qualunque situazione. Ma arriva un momento (oh, sì che arriva prima o poi! È arrivato o arriverà, non si scappa, ci siamo passati o ci passeremo tutti, ndr.) in cui le parti si invertono o per lo meno si sovrappongono".

"Invecchiando si perdono molte cose. Soprattutto cose che non sapevamo di avere”.

"Guardandoli (i due figli che sguazzano in spiaggia nell’acqua bassa, ndr.) pensa al tempo, ma non a un tempo qualsiasi, al tempo alla sua età, al tempo quando le estati duravano mesi, al tempo senza tempo dell’infanzia, e al futuro, lontanissimo, quel futuro che più si desiderava qualcosa più il momento di ottenerla sembrava imperscrutabilmente distante”.

"Non aveva fretta. Non avrebbe più avuto urgenze pensò, se non godere del tempo che le persone cui teneva gli avrebbero dedicato. Se lo disse in quel momento, forse non così limpidamente come lo sto dicendo io adesso – ma certo lo disse a me, anni dopo, con sufficiente chiarezza – che le cose si aggiustano soltanto se si ammettono gli errori; se si accetta di averne fatti”.

"Sbraitai che no, non era ovvio per niente, che quando si ama qualcuno bisogna farglielo sapere, che bisogna dirlo, l’amore. Dirlo. E mostrarlo. – Hai capito?”.

"Ci unì una nuova complicità, che nulla toglieva alle incomprensioni del passato, che le rendeva gestibili. Non si trattava di cancellare o dimenticare: ma di perdonare. Era un tempo nuovo. Bisognava goderne”.

È un libro dove incontrerete, tra l’altro: la libreria Ultima Spiaggia di Ventotene (esiste davvero! Il libraio è Fabio Masi); Ernesto e Irma che sulla spiaggia di Cala Nave nascondevano tra gli scogli l’uno per l’altra bigliettini con sopra poesie; citazioni e riferimenti da 4 libri (che anch’io ho molto amato) di 4 scrittori (che anch’io ho molto amato): Richard Ford, Pablo Neruda, Raymond Carver, Walt Whitman. Ma a pagina 108 di questa edizione Einaudi (2019) Geda infila en passant un riferimento a un quinto libro, il cui autore considero uno degli scrittori più grandi del ‘900: tre o più probabilmente quattro suoi romanzi rientrano nella mia speciale classifica dei 100 più bei libri del ‘900, uno dei quali tra i primi 10 (il mio amico Andrea S. per anni lo ha utilizzato per imbroccare e far colpo sulle ragazze. Sempre con successo, assicura lui!). Vediamo se qualcuno di voi lettori sa o indovina chi è l’autore misterioso buttato lì con noncuranza da Geda.

Di Fabio Geda consiglio vivamente anche La scomparsa delle farfalle, Einaudi [(nna, Andrea, Cora e Valerio sono compagni di scuola in prima superiore. Andrea, che è uno di buone, anzi buonissime letture – il Kawabata di “Bellezza e tristezza” innanzitutto ma anche Flannery O’Connor, Steinbeck, Osvaldo Soriano, Murakami, Buzzati, Fenoglio -, “era ancora un bambino quando per la prima volta aveva avuto l’impressione che una vita non fosse abbastanza e che le storie fossero un modo buono per possederne altre. Cora era la più gracile dei quattro, ma nella sua curiosità, nella voglia di apprendere e spiegare, ricevere e restituire conoscenza, c’era una qualità rara che la rendeva gigantesca”.

Insieme studiano, si divertono, sperperano con allegria le giornate estive salendo in collina con le bici e poi sdraiandosi su un prato in salita ammucchiati uno sull’altro, "consapevoli dei loro corpi, gambe intrecciate, pelle e muscoli a contatto, il sof io elettrico della città che brillava irrequieto a perdita d’occhio mentre il vento diffondeva odore di gelsomino e asciugava il sudore e il terreno esalava il tepore accumulato nel corso della giornata e nonostante le migliaia di lampioni il cielo era fitto di stelle. Quando erano seri... i loro discorsi si facevano astratti e digressivi: forse parlavano di loro parlando d’altro e parlavano d’altro per parlare di loro. Parlavano sussurrando come si parla in biblioteca, con quei bisbigli che hanno qualcosa di erotico e fanno pensare ai segreti degli amanti”.

Quando parlavano tra loro "Anna in silenzio lasciava che le chiacchiere degli altri la accarezzassero; si sentiva ricolma di benessere e pensò che lei in quel preciso momento alla vita non avrebbe chiesto altro che andare avanti così, per sempre: loro quattro, di notte, d’estate, il cazzeggio e il vento gentile, il canto stridulo delle civette e quello malinconico dell’allocco”.

Il perno di queste esistenze – ancora brevi e già segnate da perdite e ferite – è il negozio di un anziano rigattiere nei vicoli di Torino, un luogo che diventa una specie di base, talvolta di rifugio.

Il tempo, però, non regge la richiesta di perfezione, di assoluto, che l’adolescenza pretende. Il desiderio si insinua nel gruppo e lo logora. Andrea, che rispetto agli altri percepisce ogni cosa con intensità maggiore ("Quell’estate, mentre gli altri fuggivano al mare, Andrea convinse Anna a muoversi in direzione contraria e organizzare un trekking in montagna, una settimana randagia sulle Alpi Cozie, loro due da soli”), a poco a poco si isola: a fargli mancare il fiato sono tanto la bellezza impetuosa del presente, quanto il senso di minaccia che arriva dal futuro. Ma nel momento in cui si troverà in pericolo i suoi amici, quegli amici unici che solo una certa età ti regala, saranno di nuovo con lui.