Mercoledì 17 Luglio 2024
COSTANZA CHIRDO
Libri

“La Repubblica dei Matti”, intervista a John Foot a 100 anni dalla nascita di Basaglia

Lo storico britannico è stato ospite a San Salvi in occasione del “Festival Franco Basaglia 100”. “Chiudere un manicomio con 100mila persone è una cosa enorme, e c’è bisogno del giusto spazio per raccontarla”

Cover de "La Repubblica dei Matti", di John Foot (Feltrinelli, 2014)

Cover de "La Repubblica dei Matti", di John Foot (Feltrinelli, 2014)

Firenze, 3 luglio 2024 – John Foot, storico inglese specializzato in storia italiana e autore del libro “La Repubblica dei Matti. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia 1961-1978” (Feltrinelli, 2014) è stato ospite martedi 2 luglio a San Salvi, in occasione del “Festival Franco Basaglia 100”, organizzato dalla compagnia teatrale Chille de la Balanza. A cento anni dalla nascita di Basaglia, l’autore è stato invitato a discutere dell’importanza della figura dello psichiatra, raccontata nel libro dove Foot ricostruisce la storia dei manicomi in Italia, e dell’approvazione della legge 180 del 1978 (anche detta “legge Basaglia”) che ne sancì la chiusura per sempre.

Com’è nata la sua passione per la storia e la cultura dell’Italia?

“Beh c’entra con Firenze. Il professore con cui ho fatto il dottorato aveva vissuto a Firenze vent’anni. Poi mia nonna era nata a Bologna, quindi avevo già un legame con questo paese. Ma soprattutto è stato grazie al mio professore, nel mio dottorato ho lavorato sulla storia italiana. Quando sono andato a Milano l’ho trovata molto esotica, soprattutto venendo dal Regno Unito negli anni ‘80, che era un po’ grigio in confronto. Mi è piaciuta subito, sono rimasto li vent’anni e ho imparato l’italiano.”

Cosa la ha portata a interessarsi alla figura di Franco Basaglia, e a ricostruire la sua storia ne “La Repubblica dei Matti”?

È stato un po’ un caso. Ero a Trieste nel 2008, per l’anniversario della legge Basaglia – c’erano un sacco di eventi al riguardo. Mi sono appassionato e ho iniziato a pensare che avrebbe potuto essere un bel progetto di ricerca, soprattutto visto che l’Italia è stato il primo e unico paese europeo a chiudere i manicomi. C’erano tanti libri su Basaglia, ma non ce n’era ancora uno scritto da uno storico.”

Nel libro, lei ha scelto di concludere con l’approvazione della legge 180 nel 1978, senza poi soffermarsi sul dopo. Come mai?

“Ho sempre in programma di scrivere un secondo volume, su come la legge è stata applicata in maniera difforme sul territorio. Ho tantissimo materiale al riguardo, e anche per questo ho deciso di fermarmi. Il libro era già abbastanza lungo, è stata una scelta pratica più che politica o storica. Chiudere un manicomio con 100mila persone è una cosa enorme, e c’è bisogno del giusto spazio per raccontarla.”

Qual è la situazione a 46 anni dalla legge Basaglia? 

“Frammentata. L’Italia è stato l’unico paese a chiudere i manicomi e i manicomi criminali. In Inghilterra per esempio, gli ospedali psichiatrici esistono ancora, ed è uscito un documentario l’anno scorso che rivelava cose atroci che accadono là dentro ancora oggi. L’applicazione della legge Basaglia in Italia comunque non è stata omogenea, e tutt’ora la qualità del sistema sanitario, specialmente per quanto riguarda la salute mentale, dipende dalla regione in cui vivi. Ricevi un trattamento diverso se stai in Lombardia o in Emilia-Romagna per esempio, e queste differenze sono destinate ad accentuarsi con la nuova legge sull’autonomia differenziata.”

Secondo lei, Basaglia era soddisfatto della legge 180?

“È una bella domanda. La legge è stata una sorta di compromesso, Basaglia non era d’accordo su tutto, non voleva il trattamento sanitario obbligatorio per esempio. Ma voleva far applicare la legge, chiudere i manicomi.”

Quanto è conosciuto Basaglia all’estero? Viene studiato nei corsi di psichiatria delle università?

“Basaglia è sicuramente molto conosciuto, forse una delle figure italiane più conosciute per certi aspetti. Ha suscitato dibattiti in molti paesi, ha avuto un grosso impatto globale. In Brasile hanno praticamente copiato la sua legge. In Argentina, Spagna e altri paesi l’hanno rifiutata completamente. Comunque di lui nei corsi universitari arriva ben poco, sia in Italia che all’estero.”

Lei ha scritto un libro, “Gli anni neri. Ascesa e caduta del fascismo” (Laterza, 2022), in cui ricostruisce la storia del fascismo in Italia. Come avrà sentito, ci sono opinioni diverse, anche a livello internazionale, sull’attuale governo italiano. Alcuni parlano di neofascismo, altri sostengono che i concetti stessi di fascismo e antifascismo siano ormai superati. Lei cosa ne pensa?

“È complicato. Non credo che ci sarà un regime fascista in Italia. Però quando Meloni stenta a dire la parola ‘antifascista’ il 25 aprile, per me è un grosso problema. Non credo che aboliscano la democrazia, non hanno squadristi come negli anni ‘20. Però non è un bel momento per l’Italia, nè per l’Europa, e anche se non aboliranno la democrazia magari la renderanno meno democratica. Comunque non c’è dubbio su una cosa: l’antifascismo come ideologia non muove le persone come le muoveva vent’anni fa.”