Martedì 25 Giugno 2024
COSTANZA CHIRDO
Libri

“La moglie” a Gaza e i diversi modi di essere prigionieri

Il romanzo di Anne-Sophie Subilia racconta la soffocante condizione di Piper nel claustrofobico contesto della Striscia occupata nel 1974

Spiaggia di Gaza nei primi anni 2000

Spiaggia di Gaza nei primi anni 2000

Per Piper ambientarsi a Gaza è difficile. Le circostanze del suo soggiorno sono difficili: si è recata li con il marito Vivian, delegato svizzero del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Lui ha una missione da svolgere aiutando le persone nelle prigioni di Gaza, che lo tiene impegnato tutto il giorno. Piper, invece, non ha niente da fare, passa la maggior parte del suo tempo da sola e ben presto inizia a sentirsi inutile, in un contesto in cui non ha un ruolo se non quello de “la moglie” del delegato. È questo il titolo del romanzo di Anne-Sophie Subilia, autrice svizzero-belga che con “L’Épouse” (“La moglie”, tradotto da Carlotta Bernardoni-Jaquinta e pubblicato in Italia lo scorso ottobre da Capelli Editore) ha vinto il Premio svizzero di letteratura 2023.

Scritto in terza persona, il romanzo di Subilia sembra narrare i fatti da lontano nonostante lo faccia al presente. Gli stessi nomi dei personaggi sono menzionati pochissime volte nella storia – specialmente quello di Piper, alla quale la narratrice si rivolge con “la moglie del delegato”, o “la donna”. Così diventano quasi due figure anonime, attraverso le quali vengono raccontate le condizioni di Gaza nel 1974, l’anno dopo la guerra del Kippur, già parzialmente occupata dallo stato di Israele. Se infatti c’è qualcosa di ancora più difficile della situazione di Piper, è proprio il confronto tra la sua condizione di donna agiata, proveniente da una famiglia inglese dell’alta borghesia, e le condizioni di vita generali dei palestinesi. Gaza viene presentata come un posto in cui la gente è imprigionata anche senza essere in prigione. Israele ha il controllo su tutto: dai confini, alle spiagge, alla corrente elettrica. Ed è proprio nel raccontare Gaza che lo stile di Subilia ha la sua maggiore efficacia: scritto come una sequenza di scene visuali, descrittive, quasi come fosse una sceneggiatura, il romanzo è capace di spiazzare chi legge quando meno se lo aspetta, attraverso la semplicità della narrazione. Un giorno, sulla spiaggia Piper fa amicizia con un bambina palestinese, Naima. Le chiede dove abita, lei costruisce delle piccole casette di sabbia, le “baracche dei pescatori”, poi le distrugge con la mano aperta. Poco tempo dopo, riaccompagnando Naima  a casa un pomeriggio, Piper trova una folla di gente furiosa radunata davanti le baracche, mentre una Jeep israeliana se ne va: devono sgomberarle entro quarantotto ore, prima che vengano rase al suolo.

La storia si costruisce così attraverso contrasti di scene: gli aperitivi della coppia al Beach Club per gli expat, e la miseria delle famiglie palestinesi; l’ammirazione per paesaggi meravigliosi, con in sottofondo il rumore di sirene e scariche di mitra. La differenza tra il loro stile di vita e quello a cui è costretta la popolazione di Gaza colpisce Piper al punto di sentirsi scomoda nel suo privilegio. Un privilegio che nonostante ciò, è pur sempre sottomesso all’occupazione: quando Israele stacca la corrente a Gaza, anche al Beach Club le proiezioni dei film si interrompono. Il tema della prigionia è ricorrente: “Se la situazione non si sblocca, fra qualche decennio tutti i palestinesi, uomini e donne, avranno sperimentato la prigione” afferma una sera Mona, psichiatra palestinese dell’ospedale Al-Shifa, durante una cena con Piper e Vivian. Subilia ha dichiarato di non avere avuto intenti politici quando ha scritto il libro, pubblicato in Francia e in Svizzera nel 2022. La storia è ispirata all’esperienza dei suoi genitori (il padre era delegato del CICR), basata sui racconti della madre che decise di seguire il marito a Gaza, nel 1974. “La moglie” presenta un contesto duro, “ma siamo lungi da quello che succede oggi con l’aumento della colonizzazione e della violenza” ha detto la scrittrice in un’intervista per Swi. Il fatto che in Italia il libro sia uscito lo scorso ottobre – quando Hamas ha attaccato Israele e la Striscia di Gaza è stata investita dall’offensiva israeliana – è stata una coincidenza, ma sicuramente ha aggiunto qualche chiave di lettura in più.

L’intento di Subulia era piuttosto quello di proporre una riflessione sull’emancipazione della donna – in questo caso di Piper, “la moglie”, l’ombra del marito. Completamente subordinata, ricerca l’indipendenza spostandosi da sola, andando in spiaggia, viaggiando, instaurando relazioni con gli abitanti del posto, Mona, Naima, il giardiniere Hadj. E sono proprio queste relazioni a salvarla, mentre tutto il resto cerca di relegarla e imprigionarla nella sua posizione di donna. Subulia stessa ha spiegato di aver creato intenzionalmente una figura più impersonale, in modo che molte donne potessero riconoscercisi: “Ho voluto evidenziare la lentezza del percorso di emancipazione femminile, oltre al senso di solitudine in terra straniera”. Ha inoltre sottolineato la consapevolezza che “la scelta di ambientare la storia a Gaza la rende immediatamente politica”, ma la prospettiva che più le interessava era quella della quotidianità, delle relazioni, e della ricerca di senso a cui aggrapparsi attraverso di esse.