Da sinistra don Giovanni Mesini, Antonio Fusconi e il grecista Manara Valgimigli
Da sinistra don Giovanni Mesini, Antonio Fusconi e il grecista Manara Valgimigli
In un elzeviro apparso sul Corriere della Sera Alfredo Panzini raccoglie alcune testimonianze sulla intricata e rocambolesca vicenda delle ossa di Dante e mette in bocca ad uno dei protagonisti questa considerazione: “Le persone istruite sanno che quelle ossa furono trafugate dai frati; ma poi quando si viene ai particolari, lì è la confusione”. Parole sacrosante. Tant’è che ancora oggi, a settecento anni dalla morte del poeta, la questione delle ossa è ancora oggi avvolta da un alone di mistero. Me lo...

In un elzeviro apparso sul Corriere della Sera Alfredo Panzini raccoglie alcune testimonianze sulla intricata e rocambolesca vicenda delle ossa di Dante e mette in bocca ad uno dei protagonisti questa considerazione: “Le persone istruite sanno che quelle ossa furono trafugate dai frati; ma poi quando si viene ai particolari, lì è la confusione”.

Parole sacrosante. Tant’è che ancora oggi, a settecento anni dalla morte del poeta, la questione delle ossa è ancora oggi avvolta da un alone di mistero.

Me lo confidò tempo fa l’amico Sergio Roncucci, un ravennate trapiantato a Milano ma che ha sempre le antenne puntate verso la sua Ravenna e che oggi racconta in un articolo la sua straordinaria esperienza.

Nel 1944 Hitler affida all’architetto del regime Albert Speer la costruzione di un mausoleo da erigere a Berlino, un grande Pantheon che avrebbe dovuto conservare le ossa di grandi personaggi e fra questi anche le spoglie Dante.

I progetti di Hitler vengono però a conoscenza dell’Office of Strategic Services che a sua volta informa l’Organizzazione per la Resistenza italiana che faceva capo a Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce. Quest’ultimo informa Manara Valgimigli, l’illustre grecista allora direttore della Biblioteca Classense di Ravenna e questi a sua volta mette al corrente del pericolo don Giovanni Mesini che subito prende le contromisure per conservare quello che ritiene uno dei tesori più preziosi della città e che mette in atto quello che a ragione può essere definito un colossale scherzo da prete nei confronti di Hitler.

Insieme a Bruno e a Giorgio Roncucci, padre e fratello di Sergio, e del fidatissimo custode della tomba Antonio Fusconi, don Mesini infatti si reca al cimitero di Ravenna, preleva le ossa da una tomba abbandonata e nella notte fra il 23 e il 24 marzo del 1944 le sistema al posto di quelle del Poeta.

Furono momenti di grande frenesia e Sergio Roncucci, che all’epoca aveva dieci anni, ricorda che don Mesini si era recato a casa sua recando in mano una misteriosa cassetta e alle domande legittime aveva risposto portando il dito indice sulle labbra. Zitti tutti. Quando i tedeschi si accorgono della beffa è però troppo tardi, la guerra è ormai alla fine e hanno ben altro cui pensare.

La storia, dunque, si ripete. E come all’inizio del Cinquecento i Francescani, disobbedendo a papa Leone X che aveva autorizzato il prelievo delle ossa dalla tomba di Ravenna, trafugarono le ossa del poeta, allo stesso modo don Mesini e i suoi amici beffarono Hitler. E le ossa di Dante ancora una volta furono salve.