Mara Galassi insieme a Chiara Granata e Margherita Burattini a febbraio in concerto su Youtube
Mara Galassi insieme a Chiara Granata e Margherita Burattini a febbraio in concerto su Youtube

Quando, insieme alla mamma, saliva nel loggione della Scala, prima di tutto ammirava il lampadario: "Eh, ce l’avevo proprio di fronte", sorride. Però poi era attratta irresistibilmente dall’arpa: "Mi sono innamorata del suono di quello strumento così elegante, e del suo colore dorato che ‘staccava’ dal nero dell’orchestra. Ed ero incantata dai meravigliosi abiti indossati dalle arpiste". Così, quando a 8 anni gli insegnanti le consigliarono di dedicarsi alla musica, Mara Galassi non ebbe dubbi: scelse l’arpa. Oggi è una delle più apprezzate specialiste di arpa rinascimentale e barocca a cui ha riservato anni di studi, ricerche e interpretazioni. Un’eccellenza italiana nel mondo.

Ha realizzato il suo sogno di bambina...

"Ho avuto la fortuna di poter studiare fino al diploma con Luciana Chierici che da subito mi ha fatto amare l’arpa e la sua magia. Era una donna di grande carisma, figlia di un oboista che aveva lavorato con Toscanini e sorella della prima direttrice d’orchestra italiana. La classe d’arpa era la sua famiglia".

E poi?

"Nel 1980 ho vinto il concorso per l’orchestra del Teatro Massimo di Palermo e mi sono trasferita in Sicilia. Ovviamente eseguivo il repertorio più classico. In parallelo ho iniziato ad appassionarmi alla musica rinascimentale: ho ascoltato un madrigale di Luca Marenzio e mi sono detta: ‘Non c’è nulla di più bello’. E dopo dieci anni ho lasciato l’orchestra: ho chiuso la custodia dell’arpa moderna e non l’ho più riaperta".

Perché?

"Cercavo una strada che non fosse ancora stata percorsa. Mi sono resa conto che in Italia nessuno si era ancora occupato di arpe barocche o rinascimentali, come facevano Andrew Lawrence King in Inghilterra o Cheryl Ann Milton negli States. Ho ripreso a studiare, da autodidatta, e a ricercare partiture che poi suonavo con i primi gruppi di musica antica. E quella è diventata la mia vita".

Che differenza c’è tra arpa moderna e antica?

"L’arpa che conosciamo è nata nell’Ottocento: ha una fila di corde e sette pedali per le alterazioni. Nelle arpe del ‘500 o del ‘600, c’erano invece due o tre file di corde: quelle esterne equivalgono ai tasti bianchi del pianoforte, mentre la fila interna è per i semitoni, come i tasti neri".

E qual è per lei il principale fascino dell’arpa?

"La sensazione incredibile che mi offre. Avverto che il suono nasce proprio dal contatto fisico della mia pelle con la corda: non c’è la mediazione di un martelletto o di un archetto, e mi sembra che la musica sgorghi dalle mie dita. Ogni strumento, poi, ha una sua ‘voce’, un suo colore, e ogni arpa antica ha una storia da raccontare e mi insegna qualcosa".

Lei ha avuto il privilegio di ‘accarezzare’ gioielli straordinari...

"Sì, come l’arpa Barberini custodita a Roma, o la famosa arpa Estense, vanto della Galleria Estense di Modena (fu effigiata anche sulle banconote da mille lire con Giuseppe Verdi, ndr): durante il restauro mi chiesero di accordarla e di farne ascoltare il suono, e mi sono sentita come Laura Peperara nel concerto delle dame alla corte del duca Alfonso II a Ferrara".

Queste musiche sono un patrimonio italiano: lo conosciamo abbastanza?

"Negli anni si è creato un buon nucleo di appassionati ed esistono festival, come Grandezze & Meraviglie a Modena, che svolgono un’opera meritoria. Tuttavia in effetti all’estero c’è una conoscenza più radicata: io vengo spesso invitata a tenere recital in vari Paesi europei, in Olanda come in Germania, ma ho meno occasioni di suonare qui in Italia. E per riscoprire un autore straordinario come Orazio Michi dell’Arpa, musicista dei primi del ‘600, è stato fondamentale un convegno... a Basilea".

Il suo sogno?

"Più di uno... Mi piacerebbe poter incidere i preludi e le fughe del Clavicembalo ben temperato di Bach con tutte le mie allieve della Civica Scuola di musica di Milano. Vorrei anche realizzare un disco dedicato a Mozart. Ma soprattutto vorrei riuscire a suonare fino all’ultimo: suonare è la maniera migliore per stare bene, e per caricarsi di energia da donare agli altri".