Denis Villeneuve (al centro) fra Rebecca Ferguson e Timothee Chalamet
Denis Villeneuve (al centro) fra Rebecca Ferguson e Timothee Chalamet
Il remake è stato uno dei pilastri dell’impero hollywoodiano e oggi lo è delle sue digitali propaggini (Netflix, Amazon, etc.). È opinione diffusa che il rifacimento possa garantire il successo dell’originale: ciò che è stato amato da una generazione di spettatori lo sarà anche da chi viene dopo. A raccomandare il remake è il core-business ma è anche la convinzione che nella cultura visiva detti legge l’idea di un eterno ritorno, come già accade nella moda. Alla Mostra ieri è stata la giornata di Dune - centinaia di fan in delirio e tifo da stadio per Io red carpet di...

Il remake è stato uno dei pilastri dell’impero hollywoodiano e oggi lo è delle sue digitali propaggini (Netflix, Amazon, etc.). È opinione diffusa che il rifacimento possa garantire il successo dell’originale: ciò che è stato amato da una generazione di spettatori lo sarà anche da chi viene dopo. A raccomandare il remake è il core-business ma è anche la convinzione che nella cultura visiva detti legge l’idea di un eterno ritorno, come già accade nella moda. Alla Mostra ieri è stata la giornata di Dune - centinaia di fan in delirio e tifo da stadio per Io red carpet di Timothée Chalamet - rifacimento dell’omonimo film di David Lynch (1984), il meno originale dei suoi film, capace di offuscarne per un po’ la fama e di mandare in rovina Dino De Laurentiis. La curiosità consiste nel fatto che proprio di un parziale fallimento si voglia fare un remake. Le 400 arzigogolate pagine del romanzo di Frank Herbert sembrano possedere agli occhi hollywoodiani l’attrattiva del ritorno garantito. Che sia così almeno questa volta non c’è da giurare, visto il costo stratosferico del film di Villeneuve ma sotto sotto c’è il progetto di aprire un ciclo alla Star Wars.

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Anche se il remake non è prerogativa esclusiva della macchina hollywoodiana – si veda il caso del film italiano Perfetti sconosciuti che annovera più di venti adattamenti – è oltreoceano che si possono vantare record a ripetizione: È nata una stella vanta cinque edizioni. In Usa il rifacimento è, per esempio, la strada obbligata per sfruttare i film stranieri baciati dal successo in casa loro: l’industria piuttosto che doppiarli si adopera per rifarne versioni made in Usa.

Un esempio di casa nostra per tutti: Profumo di donna passò dalle mani di Risi in quelle di Martin Brest e da Gassman ad Al Pacino - che grazie al film ottenne anche l’Oscar. Anche le serie tv seguono l’esempio. Alla Mostra vengono presentate cinque puntate firmate Hagai Levi di Scene da un matrimonio basate sulla sceneggiatura originale di Ingmar Bergman. I meno giovani ricorderanno Erland Josephson e Liv Ullmann, coppia innamorata ma incapace di evitare il reciproco dilaniarsi scandito dal tempo che passa. Jessica Chastain e Oscar Isaac che pur non sfigurano non hanno l’intensità dei modelli. Il fatto è che il remake di un testo così pregnante e sottile ha un senso se è in grado di offrire un controcampo rispetto all’originale, se sa farlo risuonare diversamente. Il regista svedese in chiave drammaturgica dava vita a caratteri in cui risuonavano le eco di Ibsen e Strindberg.

Nella versione di Hagai Levi c’è qualcosa di yankee che stona e che comunque ci allontana dalla toccante austerità del luterano Bergman. Non è solo un problema di fedeltà. Nel 1998 Gus Van Sant fece un remake di Psyco, riprendendo inquadratura per inquadratura l’originale hitchcockiano: fu il suo film più inutile, presto dimenticato.