di Cristiano Bendin La sua è la voce italiana della diaspora armena. Con il romanzo La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004), vincitore di molti premi e tradotto in 24 lingue, Antonia Arslan, ex docente di letteratura all’Università di Padova, saggista e scrittrice di fama internazionale, ha raccontato la tragedia del genocidio armeno. Da anni gira il mondo per dare voce alle popolazioni cristiane che abitavano l’Anatolia profonda e, fino allo scoppiare della recente guerra, è stata più volte sia in Artsakh che in Armenia. Antonia Arslan, con quali sentimenti sta vivendo quello che sta succedendo in Caucaso? "Con angoscia e ribrezzo. Il piccolo popolo dell’Artsakh si è trovato davanti un Paese come l’Azerbaigian, super armato con droni moderni e supportato dalla...

di Cristiano Bendin

La sua è la voce italiana della diaspora armena. Con il romanzo La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004), vincitore di molti premi e tradotto in 24 lingue, Antonia Arslan, ex docente di letteratura all’Università di Padova, saggista e scrittrice di fama internazionale, ha raccontato la tragedia del genocidio armeno. Da anni gira il mondo per dare voce alle popolazioni cristiane che abitavano l’Anatolia profonda e, fino allo scoppiare della recente guerra, è stata più volte sia in Artsakh che in Armenia.

Antonia Arslan, con quali sentimenti sta vivendo quello che sta succedendo in Caucaso?

"Con angoscia e ribrezzo. Il piccolo popolo dell’Artsakh si è trovato davanti un Paese come l’Azerbaigian, super armato con droni moderni e supportato dalla Turchia: sì, ancora lei. È stato un conflitto sbilanciato, che ha evidenziato l’impreparazione armena e la potenza turco-azera. È triste osservare che questo piccolo popolo, che abita da sempre nelle remote valli del Caucaso, è ora costretto nuovamente alla fuga".

L’Azerbaigian rivendica quelle terre sulla base del diritto internazionale e ha promesso che non verrà torto un capello a chi deciderà di restare…

"Il Karabakh era una regione autonoma e tale dovrebbe restare. La verità è che, come successo in passato, l’Azerbaigian vuole cancellare la presenza armena distruggendo le chiese, come ha fatto a Shushi, e reinventando la storia: una tecnica già usata dalla Turchia con l’Armenia. O come fatto in passato in Nakhicevan".

C’è il rischio di un nuovo genocidio anche culturale?

"Quello culturale di sicuro. Il fatto che la gente preferisca scappare dalle terre conquistate dall’Azerbaigian, bruciando le case e disseppellendo i morti, la dice lunga. Nel Nakhicevan, le tracce armene sono del tutto scomparse: gli antichi abitanti furono cacciati e uccisi, le chiese distrutte e i cimiteri bombardati. Il Nakhicevan fu spogliato della presenza armena e questo può succedere anche nei territori del Karabakh passati all’Azerbaigian".

L’Azerbaigian ha smentito...

"La narrazione azera, smentita da tutti gli storici, sostiene che in quell’oblast abitasse la popolazione, oggi scomparsa, degli “albani del Caucaso”, progenitori degli attuali azeri. Per loro, anche la chiesa di Dadivank, dove la presenza armena si vede in ogni pietra, sarebbe in realtà il tempio di una regina degli albani. Purtroppo, la storia insegna che gli azeri e i loro maestri turchi sono campioni nel rovesciamento delle realtà storiche".

Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale?

"Non mi aspetto di certo una guerra religiosa ma nemmeno questa paralisi. Erdogan sta testando tutta la nostra resistenza, vedi quello che fa con Grecia e Cipro e le sue manovre in Libia. L’Europa dovrebbe ritrovare la forza della diplomazia ad esempio provando a mettere dei paletti alle mire neo ottomane di Erdogan".

Per alcuni osservatori, l’accordo di pace siglato in Nagorno-Karabakh con la mediazione russa sarebbe una nuova “Monaco 1938”: lei che ne pensa?

"Per quello che riguarda l’Europa sì. Nel 1939, di fronte alla politica aggressiva di Hitler, le cancellerie europee pensarono: “Non possiamo morire per Danzica!”. Oggi in Europa, guardando al Caucaso, molti hanno pensato: ”Non possiamo morire per Stepanakert!”. E questo atteggiamento atono e indifferente dell’Europa dà l’impressione a Erdogan di poter fare ciò che vuole ancora per molto tempo".

Tra le motivazioni con le quali le è stata assegnato nel 2020 il Premio internazionale medaglia d’oro al merito della cultura cattolica si legge: “In molte occasioni ha dato una coraggiosa testimonianza di fede“. Che valore hanno oggi queste testimonianze?

"Sono sempre più necessarie, specie in tempi di smarrimento come questi. In tutta la Masseria c’è una testimonianza di fede profonda e sottintesa, mai gridata. Nessuno dei personaggi, anche di fronte al genocidio, ha mai messo in discussione la propria fede cristiana".