di Cesare De Carlo Non era Mata Hari. Non era la femme fatale del doppio gioco un po’ per i tedeschi e un po’ per i francesi. Non era Christine Granville, pseudonimo della contessa polacca Krystyna Skarbek. I suoi négligé facevano girare la testa ai più inespugnabili generali della Wehrmacht. E anche a Winston Churchill, il datore di lavoro. Merito suo se durante le evoluzioni fra le lenzuola fornì a Turing gli elementi per decifrare il codice Enigma. E nemmeno era Betty Pack, che – secondo il Time – "usava la camera da letto come James Bond usava la Beretta". Virginia Hall non era fatale. Portava camicioni da quattro soldi. E a letto ci andava da sola dopo essersi tolta la protesi. Aveva una gamba di legno dal ginocchio in giù. Si era sparata su un piede durante una battuta di caccia. Eppure questa donna, modesta, minuta, silenziosa fu la più formidabile spia della seconda guerra mondiale. Nessuno come lei fra gli agenti segreti...

di Cesare De Carlo

Non era Mata Hari. Non era la femme fatale del doppio gioco un po’ per i tedeschi e un po’ per i francesi. Non era Christine Granville, pseudonimo della contessa polacca Krystyna Skarbek. I suoi négligé facevano girare la testa ai più inespugnabili generali della Wehrmacht. E anche a Winston Churchill, il datore di lavoro. Merito suo se durante le evoluzioni fra le lenzuola fornì a Turing gli elementi per decifrare il codice Enigma. E nemmeno era Betty Pack, che – secondo il Time – "usava la camera da letto come James Bond usava la Beretta".

Virginia Hall non era fatale. Portava camicioni da quattro soldi. E a letto ci andava da sola dopo essersi tolta la protesi. Aveva una gamba di legno dal ginocchio in giù. Si era sparata su un piede durante una battuta di caccia. Eppure questa donna, modesta, minuta, silenziosa fu la più formidabile spia della seconda guerra mondiale. Nessuno come lei fra gli agenti segreti che gli americani e gli inglesi avevano nella Francia occupata dai tedeschi. Ma non lo sapeva nessuno. E questo si capisce. Una spia è per definizione un essere inesistente perché altrimenti non sarebbe una spia. Lo si capisce meno a guerra finita. La Cia per la quale lavorava la mortificò. Non tenne in alcuna considerazione la più alta onorificenza del Pentagono mai data a una donna.

Era il settembre 1945. Virginia, appena trentenne, era rientrata dall’Europa. Si aspettava la riconoscenza dell’Intelligence. E invece venne emarginata. Sino a che nel 1966, delusa e amareggiata, si fece prepensionare e da allora visse in un appartamento di Rockville alle porte di Washington. Morì nel 1982 sola, in ristrettezze. E ignorata. E tale sarebbe rimasta se un paio di anni fa una giornalista inglese non fosse andata a ripescarne la storia.

Il titolo del suo libro si rifà a un play di Oscar Wilde: A Woman of No Importance. Titolo sicuramente più biografico di quello del film uscito di recente A Call to Spy. Ma senza il film che ha avuto un grande successo a dispetto della pandemia, gli americani non avrebbero mai saputo che questa donna di nessuna importanza in realtà aveva contribuito come nessun altro a liberare la Francia dal nazionalsocialismo tedesco.

Non è la prima volta che accade. Io stesso fui testimone di un caso analogo. Conobbi l’autore del libro Flags of Our Fathers, un certo James Bradley, il quale mi raccontò di averlo scritto sulla scorta delle lettere del padre alla madre durante la battaglia di Iwo Jima, marzo 1945. Apprese così che uno dei marines immortalati nel bronzo eretto davanti al Pentagono era proprio il padre: aveva issato la bandiera dopo la sanguinosa battaglia contro i giapponesi. Ebbene Bradley presentò il libro a 34 case editrici. 34 rifiuti. Sino a che finì nelle mani di Clint Eastwood che ne fece un capolavoro cinematografico. Da allora diventò un bestseller.

Tornando a Virginia Hall, la sua storia comincia sette anni prima dell’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Era entrata al Dipartimento di Stato che però, solo perché donna, le assegnò incarichi impiegatizi in Estonia e in Turchia. Fu in Turchia che perse la gamba. Venne invitata a lasciare il servizio. Una donna diplomatica e per di più zoppa? Inconcepibile. Cercò allora di entrare nella OSS, antesignana della Cia. La presero in giro. Un agente segreto deve poter scappare a gambe levate all’occorrenza. Nel 1940 la troviamo a Londra. Conosce Vera Atkins, che poi avrebbe ispirato Ian Fleming nelle sue fictions di James Bond. È lei Miss Moneypenny. E Vera Atkins rimane impressionata dalla carica vitale, dall’odio per Hitler, dal perfetto francese. La manda a Parigi come giornalista del New York Times. Roosevelt non era ancora in guerra con la Germania. In pochi mesi allestisce una rete di informatori, sabotatori, partigiani. Comunicazioni notturne con lo SOE di Churchill. E segnali in codice dalla BBC. La resistenza francese prima del D-Day (6 giugno 1944) non sarebbe stata la stessa senza di lei.

La Gestapo brancola nel buio. Sa solo che il boss è una donna. Il Fuehrer è furibondo. Affida la ricerca al famigerato Klaus Barbie. Il quale cattura e tortura alcune collaboratrici. Appura solo che Virginia zoppica. Ma quando crede di averla in trappola, ecco che lei gli sfugge ancora. È l’inverno 1942. Virginia attraversa i Pirenei trascinandosi nella neve. Ripara in Spagna. Torna a Washington. E questa volta viene presa dalla Cia che la rimanda in Francia. È travestita da vecchia contadina della Bretagna. Prepara lo sbarco degli americani. Dozzine i treni fatti saltare, centinaia i prigionieri liberati. Impagabili le informazioni. Finalmente la Germania si arrende. E questa donna di nessuna importanza finisce dimenticata.

(cesaredecarlo@cs.com)