Nel momento in cui si istituisce un processo vero e proprio ai 'Vitelloni’, ci si deve rendere conto che quel processo è già stato fatto. Tanti anni fa, nel 1953 e da un membro di quella stessa tribù: Federico Fellini. E quel processo è finito con una inesorabile e inequivocabile condanna, seppur alleviata da non poche attenuanti. Dunque il 10 agosto a La Torre-Villa Torlonia di San Mauro Pascoli, Romagna piena, si terrà come ogni anno si tiene un processo; che questa volta tocca a una delle figure più incise nel dna romagnolo (bagnini, turiste nordiche, ’pataca’, goliardate, zingarate, tirare tardi, lumare le pupe...). Sul...

Nel momento in cui si istituisce un processo vero e proprio ai 'Vitelloni’, ci si deve rendere conto che quel processo è già stato fatto. Tanti anni fa, nel 1953 e da un membro di quella stessa tribù: Federico Fellini. E quel processo è finito con una inesorabile e inequivocabile condanna, seppur alleviata da non poche attenuanti.

Dunque il 10 agosto a La Torre-Villa Torlonia di San Mauro Pascoli, Romagna piena, si terrà come ogni anno si tiene un processo; che questa volta tocca a una delle figure più incise nel dna romagnolo (bagnini, turiste nordiche, ’pataca’, goliardate, zingarate, tirare tardi, lumare le pupe...). Sul fronte dell’accusa la giornalista Daniela Preziosi, alla difesa Gianfranco Angelucci che di Fellini fu a lungo stretto collaboratore. La giuria sarà composta dal pubblico che voterà con paletta.

Assoluzione o condanna? In fondo chissenefrega. Perché il ’vitellone’ è uno stato d’animo, un sogno perduto, un Peter Pan cosparso di conflitti psicoanalitici, un essere al guado che rifiuta selvaggiamente il dovuto passaggio alla ’maturità’. Il vitellone – che poi, pare, fosse termine coniato dallo sceneggiatore pescarese Ennio Flaiano derivato dall’abruzzese ’vudellone’ – è già condannato, condannato a vivere in un limbo tra inferno e paradiso, nel purgatorio dell’indefinito. Fellini stesso lo era stato, vitellone, ed era fuggito, pur continuando di tanto in tanto a voltarsi indietro per guardare con rabbia e con rimpianto. Forse per il regista è stata la terapia junghiana fatta con Ernst Bernhard ad illuminarlo: il professore aveva scritto un trattato, ’Il complesso della Grande Madre’, dove fotografava gli italiani come ipersessuali, tronfi, sentimentali, inaffidabili. Tutta colpa della Grande Madre Mediterranea, sosteneva Bernhard, una figura archetipica molto più antica della più antica civiltà italica, capace di influenzare definitivamente il comportamento dell’Homo Italicus. Madre-donna da adorare, amare, tradire, dalla quale farsi viziare e farsi punire.

Ecco il vitellone, figlio della Grande Madre. Ecco il ’birro’, perché questa è la vera definizione riminese. La parola a Fellini: "Lo scherzo – se si poteva chiamare così, visto che più spesso diventava beffa, dispetto, atto di violenza – era in verità un esercizio ricreativo quotidiano, un’altra espressione della vitalità del ’birro’...".

Aristotele, Burto, ’E Gog’, Fico, Olao, ’Zomba’, ’Bagnarola’... facce dimenticate di birri riminesi di un tempo lontano. Così ’localizzati’ geograficamente da trasformarsi a loro volta in un archetipo destinato a conquistare il mondo. I vitelloni-birri li rievocherà Lina Wertmuller nei suoi ’Basilischi’ e Vittorio Caprioli in ’Leoni al sole’ fino al Pupi Avati de ’Gli amici del Bar Margherita’; e poi attraverseranno addirittura l’oceano per assumere le sembianze dei periferici newyorkesi sulla ’Mean Streets’ di Martin Scorsese.

Allora, assoluzione o condanna? Fellini incarnandosi in Moraldo la scelta la fece già, salendo su un treno diretto a Roma e fuggendo dalla provincia. Lontano sempre più lontano per poi, forse in preda a un rimorso o per pura cattiveria, farli rivivere sullo schermo. Ricreando la sua Rimini a Ostia.