Mercoledì 24 Luglio 2024

La mano di Scorsese sulla tragedia dei nativi

Il regista ottantenne a Cannes con le star De Niro e DiCaprio. Nel nuovo film il racconto di una comunità distrutta dall’avidità per il petrolio

di Andrea Martini

Era il giorno di Martin Scorsese e così è stato. Il regista ottantenne, Palma d’oro a Cannes per Taxi Driver nel lontano 1976, è arrivato sul red carpet a presentare il suo nuovo film (fuori concorso) Killers of the Flower Moon con i tre protagonisti: Leonardo DiCaprio, Robert De Niro e Lily Gladstone e a un nutrito gruppo di nativi americani dai colorati costumi tradizionali. Il film, metà Paramount metà Apple, si vedrà in Italia, in contemporanea mondiale, il 19 ottobre.

Scorsese è vivo e filma ancora per noi? Sì, anche se la mano non è più ferma come un tempo e la mira non così precisa. Il tono crepuscolare di The Irishman lasciava pensare che il regista potesse essere sulla soglia di un definitivo distacco da una straordinaria attività creativa. Ma sino a quando interpreti come Robert de Niro e Leonardo Di Caprio garantiranno la loro presenza sui suoi set sarà difficile che questo accada. Killers of the Flower Moon è un nuovo tassello di una saga che Scorsese non ha mai cessato di raccontare, dal tema semplice e terribile: gli istinti più oscuri del genere umano. Il desiderio di ricchezza fa affondare nel male ogni cultura. A cominciare da quella americana su cui pesa il peccato originale di essere cresciuta sullo sterminio degli indigeni.

Proprio su un capitolo sconosciuto ma terribile di questo esproprio è consacrato Killers of the Flower Moon. Alla base vi è un romanzo che lo racconta nei dettagli (Gli assassini della terra rossa di David Grann) ma Scorsese si esprime al meglio innestando sullo spunto la propria collaudata macchina narrativa. La tribù degli indiani Osage vive in una prateria dell’Oklahoma senza sapere che sotto quel terreno sta l’oro nero. Quando si sparge la voce che i bianchi si fanno sempre più numerosi: non possono acquistare la terra ma trovano vie legali per sfruttare i giacimenti magari sposando le donne indigene. Ingenuità contro rozzezza. E se all’inizio anche gli Osage s’arricchiscono, la brama di denaro trasforma la risma dei convenuti in predatori e assassini.

De Niro gestisce il paese come un padrino malefico, a dispetto di un aspetto bonario che lo rende influente anche sui notabili della tribù indiana. Quando giunge in quell’eremo DiCaprio, ex combattente della Guerra europea, il vecchio perfido De Niro vede in lui un braccio destro da manipolare a piacimento. Gli fa sposare una ricca indiana, lo coinvolge nei suoi piani disegnati per depredare senza alcuna remora mezzo paese, lo spinge a sopprimere la moglie che l’uomo ama davvero. Iniziato come western il film si tinge progressivamente dei colori del thriller. La fame di ricchezza fa crollare ogni remora, già ridotta se le vittime sono indiane. Uomini e donne Osage cominciano a morire uno dopo l’altro, dieci, quindici, venti. La moglie di Di Caprio riesce a fare giungere, con una petizione a Washington, gli investigatori federali. Ma un granello di sabbia non ha mai inceppato una macchina il cui carburante è l’avidità.

I due caratteri centrali fanno brillare di luce il racconto e le eco della tragedia, care a Scorsese, lo nobilitano. Tuttavia, manca l’affondo di un regista cui il senso dello spettacolo, ritmo compreso, non era mai mancato.