Ne è passata di acqua sotto i ponti del Tevere da quel 26 settembre 1990, giusto trent’anni fa. "Arancio, il dolcissimo spinone color panna, è accucciato sotto il tavolo delle cucina. Il muso sdraiato sul pavimento, due occhi spenti che guardano lontano. Sta lì da stamane, da quando il suo padrone è morto", scrive il cronista Aldo De Luca, accorso in Lungotevere della Vittoria numero 1. Da poco, in quell’elegante casa di Prati, se n’è andato Alberto Pincherle Moravia, classe 1907. Di lì a due mesi avrebbe compiuto 83 anni. Una delle icone del Novecento se ne va in silenzio. Sono passate da poco le nove. La domestica rientra a casa dopo aver portato fuori il cane e trova lo scrittore a terra nel bagno. Si è appena fatto la doccia e si è rasato. La colazione, caffè e yogurt, è ancora lì, sul tavolo di cucina. "Alberto – scrive Dacia Maraini, sua compagna di vita per tanti...

Ne è passata di acqua sotto i ponti del Tevere da quel 26 settembre 1990, giusto trent’anni fa. "Arancio, il dolcissimo spinone color panna, è accucciato sotto il tavolo delle cucina. Il muso sdraiato sul pavimento, due occhi spenti che guardano lontano. Sta lì da stamane, da quando il suo padrone è morto", scrive il cronista Aldo De Luca, accorso in Lungotevere della Vittoria numero 1. Da poco, in quell’elegante casa di Prati, se n’è andato Alberto Pincherle Moravia, classe 1907. Di lì a due mesi avrebbe compiuto 83 anni. Una delle icone del Novecento se ne va in silenzio. Sono passate da poco le nove. La domestica rientra a casa dopo aver portato fuori il cane e trova lo scrittore a terra nel bagno. Si è appena fatto la doccia e si è rasato. La colazione, caffè e yogurt, è ancora lì, sul tavolo di cucina.

"Alberto – scrive Dacia Maraini, sua compagna di vita per tanti anni, scrittrice amatissima da intere generazioni – è morto nel modo più rapido e indolore. Una morte senza agonie, senza strazianti addii, senza ospedali, tubi, aghi, che l’ha trasportato dalla coscienza all’incoscienza con la rapidità di un fulmine".

E poi il ricordo dell’ultima volta: "Giusto il giorno prima era venuto a pranzo da me. Allegro, festoso, una camicia rosa e una giacca chiara, mi ha chiesto se lo accompagnavo la domenica a prendere i sandali dimenticati a Sabaudia".

Poche pennellate per un ritratto dello scrittore. Di cui, tre decenni dopo, è difficile, tanta la vastità della sua opera, fare il classico bilancio. Meglio, allora, affidarsi a un’autodescrizione, fatta poco prima della morte: "Alberto Moravia (Moravia non è un pseudonimo, è un secondo nome) è nato a Roma il 28 novembre 1907. Altezza: metri 1,80. Capelli castani (ora bianchi). Occhi verdi. Segno distintivo: claudicante (ora con bastone). Non ha titoli di studio. Parla inglese e francese. È tradotto in 37 lingue. Ha pubblicato 17 romanzi; 10 volumi di saggi, di critica, di articoli di viaggio; 12 volumi di racconti; 10 volumi di teatro. Il suo hobby: viaggiare. I suoi motti preferiti sono: scrivo per sapere perché scrivo. Una vita ne vale un’altra. Non mi piacciono i miei libri, mi piacciono i libri degli altri. È stato sposato tre volte: la prima con Elsa Morante in chiesa, la seconda in libera unione con Dacia Maraini, la terza in municipio con Carmen Llera".

Sintesi mirabile di una vita sempre sotto i riflettori, narrata da varie voci, tra cui Oreste Del Buono, Enzo Siciliano, Alain Elkann. In una chiacchierata col nostro giornale, un mese prima della morte, parla di Bologna: "Sono venuto a Bologna, la prima volta, nel 1925; l’ho trovata pochissimo trasformata; un merito che va riconosciuto ai bolognesi, alla loro tradizione di buona tavola. Personalmente, invece, direi che non ho nessun rapporto con la tavola. Mangio in dieci minuti e mai cose ‘cucinate’ ma solo ‘cotte’, senza alcun condimento. Il mio quotidiano consiste in yogurt, frutta, verdura, miele, pochissima carne". La ricetta ideale per lui? Un budino di carote e miglio. Ci vogliono 200 grammi di carote, 100 grammi di miglio, 2 chiare d’uovo montate a neve, 100 grammi di uva sultanina. Il tutto, dopo un’attenta costruzione, da servire freddo, "magari spolverato di zucchero vanigliato".

Dunque, viene a Bologna nel 1925. È l’anno dell’inizio della stesura di quello che alcuni considerano la sua opera più bella: Gli indifferenti. Che il giovane scrittore pubblica nel ’29 a sue spese (meglio: a spese del padre) per le edizioni Alpes, casa editrice il cui presidente ha un nome ingombrante: Arnaldo Mussolini, fratello del Duce.

Un altro editore rifiuta l’esordio con una definizione poco carina: "Una nebbia di parole". Invece, la prima edizione va esaurita in pochi mesi (1500 copie di tiratura) e ristampata altre quattro volte tra il 1929 e il 1933. Piace poco a alcune frange intransigenti (non dimentichiamoci che siamo in pieno fascismo) perché "morboso" e "amorale". Accuse che per tutta la vita ‘perseguitano’ Moravia. Basti pensare che I racconti del 1952 vengono messi all’Indice dal Sant’Uffizio. Ma ci piace lasciare il nostro scrittore “svelando” il suo vero amore: Roma. Scrive il critico Giacomo Debenedetti: "Dopo d’Annunzio, e con più varietà d’aspetti che lo stesso d’Annunzio, Moravia è stato il primo a ricostruire una topografia ‘romanzata’ di Roma". Che lui osservava dalla sua terrazzain piena Roma borghese. Quella borghesia protagonista assoluta delle sue pagine.