Anneliese aveva i capelli corti, da maschio, divenne kapò in un lager, ed era lesbica, si innamorò di una ragazza ebrea e la salvò. Per restare accanto a lei quando le prigioniere furono trasferite a Bergen Belsen, si finse deportata, e si nascose tra loro. Una storia d’amore ma non si può raccontare perché tra due donne non sarebbe un amore lecito? Anna Hajkova, storica inglese, docente all’Università di Warwick conduce ricerche sugli omosessuali, uomini e donne, vittime del nazismo, che li condannava come “esseri asociali”, e li obbligava a portare un triangolo rosa, come la stella gialla per gli ebrei. Negli anni Novanta, furono rintracciati e intervistati 52mila omosessuali sopravvissuti ai lager. La professoressa Hajkova ha scoperto la storia di Anneliese e di Lotte, e la racconta, finché ha ricevuto una mail da uno studio legale di Francoforte: l’avvocato l’accusa di aver...

Anneliese aveva i capelli corti, da maschio, divenne kapò in un lager, ed era lesbica, si innamorò di una ragazza ebrea e la salvò. Per restare accanto a lei quando le prigioniere furono trasferite a Bergen Belsen, si finse deportata, e si nascose tra loro. Una storia d’amore ma non si può raccontare perché tra due donne non sarebbe un amore lecito?

Anna Hajkova, storica inglese, docente all’Università di Warwick conduce ricerche sugli omosessuali, uomini e donne, vittime del nazismo, che li condannava come “esseri asociali”, e li obbligava a portare un triangolo rosa, come la stella gialla per gli ebrei. Negli anni Novanta, furono rintracciati e intervistati 52mila omosessuali sopravvissuti ai lager. La professoressa Hajkova ha scoperto la storia di Anneliese e di Lotte, e la racconta, finché ha ricevuto una mail da uno studio legale di Francoforte: l’avvocato l’accusa di aver ferito i diritti di una superstite della Shoah, rivelando quell’antica relazione lesbica.

La figlia della ragazza ebrea, che vive in Australia, vuole tutelare la memoria della madre, scomparsa nel 2010. Si ha il diritto di censurare la verità storica? È solo una storia privata, sostiene l’avvocato. Ma basta compiere una semplice ricerca per conoscere l’identità della donna che la docente sarebbe costretta a nominare come “L”.

Anneliese Kohlmann nasce a Amburgo il 23 marzo del 1921, si sa poco della famiglia, nel ’40 chiede la tessera del partito nazista, durante la guerra guida un tram, è lesbica ma ha una relazione con un uomo. Nel ’44 viene arruolata come kapò dalle SS, e inviata nel campo di Neuengamme, vicino a Amburgo, sorveglia il lavoro delle prigioniere. La chiamano “Bubi” per i capelli tagliati da maschio, ed è benvoluta.

Lotte Winterova è una ragazza ebrea di Praga, 22 anni, deportata con la famiglia già nel ’41. Era bellissima, ricordano le compagne di prigionia, ed era molta libera con gli uomini. Il sorvegliante Willy Brachmann, 41 anni, in cambio le procurava cibo, liquori, la proteggeva dalle violenze delle SS. "Era normale – spiega Anna Hajkova – nel lager si cercava di sopravvivere con ogni mezzo, come si fa a giudicare oggi?"

Anneliese si innamora di Lotte, e la protegge a sua volta, le procura di nascosto viveri e abiti, il loro rapporto è notato dalle altre deportate, che sono gelose: aiuta solo Lotte perché è bella, e non noi? Anche questo è normale tra due ragazze costrette a vivere dietro il filo spinato, una con la divisa da kapò, l’altra con quella delle prigioniere che rischiano di morire ogni giorno.

A fine marzo del ’45, il lager viene chiuso e le deportate trasferite a Bergen-Belsen, da Amburgo nella zona di Hannover. Anneliese chiede al comandante Josef Kramer di poter rimanere ma lui la rimanda a casa. Kramer verrà condannato a morte e impiccato a dicembre. Anneliese non si arrende, torna a Bergen-Belsen l’8 aprile, indossa la divisa delle deportate e si nasconde tra loro. Quando tutto sarà finito, tra poco, andrà con la sua Lotte a Praga. Il campo viene liberato dagli inglesi il 15, e due giorni dopo viene denunciata da alcune deportate.

Nel 1992, Anita Lobe, una delle deportate, racconta: "Appena liberate, le abbiamo denunciate entrambe… Anneliese è stata la prima a venire arrestata". Lotte torna a Praga, per qualche tempo fa l’attrice in un teatro, nel ’47 sposerà un ebreo sopravvissuto a Auschwitz, insieme emigrano in Australia, avranno due figli.

Al processo, Anneliese si difende: "È vero, picchiavo le detenute, ma solo quando non ne potevo fare a meno, ero sorvegliata anch’io… Mi volevano bene. Sono tornata a Bergen-Belsen, per Lotte, per aiutarla". Il suo avvocato protesta perché agli atti sono presenti solo le dichiarazioni delle detenute contro l’imputata, e non quelle molto più numerose e favorevoli. Viene condannata a due anni: uscita di prigione, sembra che abbia fatto la prostituta a Amburgo, poi lavorato come camionista. Nel ’65 si trasferisce a Berlino con la sua compagna, un’ebrea scampata alla Shoah, lavora come cuoca in un ospedale. Muore nel ’77.

Nel 1996, in un’intervista Lotte ricorda che nel lager c’erano diverse sorveglianti lesbiche che cercavano di sedurla: "Mi ricordo di una, a cui piacevo, e che mi regalò le sue scarpe, finalmente potei avere vere scarpe, e non piú zoccoli di legno… Ma non durò a lungo".

Nel 2014 va in scena a teatro a Tel Aviv Under the Skin, sottopelle, di Jonathan Calderon, su Anneliese e Lotte, ma nel dramma la giovane ebrea salvata per amore, ha un altro nome.