di Alberto Pierini

"Mi manchi". La frase che ognuno vorrebbe sentirsi dire, e non solo a San Valentino, Gioconda la intravede nel buio del Covid. È lì, ricoverata da 40 giorni, inchiodata a un letto che segue l’alternarsi dei giorni dall’intensità della luce elettrica che illumina la stanza del reparto. Settantatre anni, spezzati dai primi sintomi della malattia, dalla febbre, dal respiro che ti viene meno. Come nelle grandi storie d’amore. O come quando il virus ti aggredisce. Quaranta giorni di casco, respiratori, attenzioni mediche. Fino a quella scritta, incollata alla finestra del reparto. "Ci manchi mamma: ti vogliamo bene". Di qua lei, con la voglia di vivere prosciugata dalla malattia. Di là le figlie, Manuela e Maura Meoni.

Informate dai medici che la situazione stava peggiorando, anche se il momento peggiore era teoricamente alle spalle. È metà dicembre, nel cuore della seconda ondata, tra le corsie perennemente affollate e illuminate dell’ospedale San Donato di Arezzo, lì dove il giorno e la notte si somigliano. "Si era sentita male all’inizio di novembre: l’ho trovata in casa priva di sensi. Aveva la febbre alta e non mi riconosceva. Ho chiesto aiuto, l’hanno portata via in ambulanza".

L’ambulanza che si allontana, nel racconto di Manuela e in una memoria che diventa indelebile, come nei sentimenti forti. "Da quel momento non l’avevamo più vista. Le telefonate dei medici, le loro attenzioni, la testa che ti va dappertutto e crea fantasmi che non sai più se siano reali o no".

I respiratori accesi, il trasferimento in terapia intensiva, le condizioni che salgono e scendono in un decorso infinito. Ma senza mai poter rivedere le figlie. Aveva perso il marito 23 anni fa, dopo averlo accudito e curato come nei matrimoni di un tempo. "La sua domanda fissa era chi si sarebbe occupata di lei quando le fosse capitato lo stesso. Quel momento era arrivato e noi non potevamo neanche avvicinarci".

Un muro, un muro invisibile, sotto il quale sono crollati tanti che non si sono rialzati dal Covid. "Sono stati i medici a chiamarci: la mamma si stava lasciando andare, stava smettendo di lottare". E insieme non le propongono medicine ma un’idea. Rivederle. Rivederle non dentro il reparto, solo dopo sarebbero cominciate le visite. La finestra dell’abbraccio.

E così quella mattina si sono fatte trovare fuori di quella finestra a piano terra. "Ti vogliamo bene. Ci manchi mamma". Gli infermieri posizionano il letto di fronte. "Quella è mia figlia": è un attimo e Gioconda risponde al messaggio, saluta. Come in amore forse perfino finge di non darle troppa importanza anche se per lei parlano gli occhi. "Non sa quanto mi faccia arrabbiare quando vuole": l’intimità che buca il silenzio e ricompone il legame che sembrava essersi interrotto. Prima con le figlie, poi con i nipoti , alla stessa finestra. Le condizioni migliorano velocemente, come se la terapia di colpo avesse fatto breccia.

"Ci sono momenti – racconta il primario di malattie infettive Danilo Tacconi – in cui la medicina deve trovare altre strade. È come se Gioconda si stesse rifiutando di guarire". Quella scritta alla finestra è seguita da piccole domande e risposte. "Da dietro il vetro mi chiedeva un succo di frutta e un the, le mani dell’infermiera diventavano le mie". Nel gioco degli sguardi era lo stesso, in effetti. "Aveva paura l’avessimo abbandonata, che non volessimo più saperne di lei". La verità emerge giorni dopo, quando Gioconda torna a casa. Una risalita veloce, come da un’immersione. Anche se niente è come prima. "È cambiata. A Natale non faceva che ripensare a chi l’aveva aiutata a uscire da quell’incubo. Ha voluto mandare dei regali, farsi viva". Riprendere un filo che rischiava un’altra volta di spezzarsi. Refrattaria ormai alla solitudine, dopo essere stata ripescata da quel cartello scritto a mano, appoggiato ad una finestra.