Marcello Mastroianni (1924-1996) in una scena de “La dolce vita“ girata sul litorale laziale
Marcello Mastroianni (1924-1996) in una scena de “La dolce vita“ girata sul litorale laziale
di Anna Longo Federico Fellini non era uomo di bicicletta, ma nella sua terra la si praticava e la si pratica molto, anche perché mancano le salite. Analoga morfologia sui litorali di Roma, dove il regista ha trasferito Rimini e le sue atmosfere. E – guarda caso – per apprezzare i luoghi e le suggestioni felliniane non c’è niente di meglio che l’agile lentezza delle due ruote. La bici è il mezzo giusto perché è troppa la distanza, andando a piedi, tra la spiaggia de La dolce vita a Passoscuro (la Dolcespiaggia) e il molo di Fiumicino, tra l’albero di "voglio una donna" a Ostia Antica e la strada di Dragona che ospitava la casetta di Cabiria, tra il lungomare de I vitelloni e le ripetute location dell’Eur. Viceversa, troppo intimi e...

di Anna Longo

Federico Fellini non era uomo di bicicletta, ma nella sua terra la si praticava e la si pratica molto, anche perché mancano le salite. Analoga morfologia sui litorali di Roma, dove il regista ha trasferito Rimini e le sue atmosfere. E – guarda caso – per apprezzare i luoghi e le suggestioni felliniane non c’è niente di meglio che l’agile lentezza delle due ruote.

La bici è il mezzo giusto perché è troppa la distanza, andando a piedi, tra la spiaggia de La dolce vita a Passoscuro (la Dolcespiaggia) e il molo di Fiumicino, tra l’albero di "voglio una donna" a Ostia Antica e la strada di Dragona che ospitava la casetta di Cabiria, tra il lungomare de I vitelloni e le ripetute location dell’Eur.

Viceversa, troppo intimi e selvaggi per volerli violare avvicinandosi in automobile, o addirittura inaccessibili ai veicoli a motore, sono certi angoli di natura come l’Oasi Chm (Centro Habitat Mediterraneo della Lipu) all’Idroscalo di Ostia, la zona dove c’erano la Saraghina e l’astronave di 8 ½.

Pedalare su questi tracciati tirrenici, consente di assaporare paesaggi diversi tra loro, mare e campagne, villaggi di pescatori e cittadine cariche di sapore; ma anche il contrasto tra dune incontaminate e agglomerati malmessi, fra degrado e bellezza struggente. Sarà piacevole bighellonare tra i localetti del Borgo Valadier di Fiumicino, scovare quella che fu l’osteria di Via degli Orti dove Zampanò (Anthony Quinn) litigava con alcuni avventori nel film La strada.

Proseguendo sul lungo-canale di ponente, raggiungiamo la cornice della scena che più di ogni altra fa da ponte fra Tirreno e Adriatico. Si tratta dell’imbarco di quanti, a bordo di piccoli natanti, prendevano il mare per andare ad assistere al passaggio del mitico Rex. In Amarcord, Fellini immaginò che il grandioso transatlantico, leggendario negli anni Trenta, passasse davanti a Rimini, vicino al Grand Hotel. Ma nella realtà ciò non avvenne mai, e la sequenza notturna di questo attraversamento fu costruita nella piscina di Cinecittà, mentre le barche al tramonto salparono appunto da Fiumicino. Pazienza se a Rimini il sole non tramonta sul mare… È stata una delle tante “licenze poetiche” di un maestro del cinema visionario e impertinente.

Viene voglia, a questo punto, di prendere in considerazione anche una pedalata sulle tracce di Fellini nella sua Rimini, dove lui non ha mai girato, ma dove era nato e cresciuto. Abbiamo evocato il Grand Hotel sul Lungomare di Marina centro: Federico ci andava da vicino a sbirciare il lusso, e poi l’ha ricostruito a Cinecittà per ambientarvi le scene della Gradisca di Amarcord. Da qui con due pedalate siamo al Porto e raggiungiamo il molo, la “Palata”, rappresentata in Amarcord e anche ne I vitelloni. Tornando indietro lungo la Via destra del Porto arriviamo alla Stazione Ferroviaria, evocata in vari film, e poi, in via Roma 41, alla casa di Titta Benzi, l’amico d’infanzia di Federico protagonista di Amarcord. Non vi è una “ciclabile felliniana” a Rimini, tuttavia sarà semplice spostarsi in bici negli altri luoghi più rappresentativi della vita e dell’opera del regista. Irrinunciabile la tappa al Cinema Fulgor, in Corso d’Augusto, non solo perché è il luogo dove Federico bambino si innamorò del cinema, ma anche per il suo valore architettonico e per gli allestimenti curati da Dante Ferretti.

La mobilità lenta, la mobilità “dolce”, fa bene al corpo e allo spirito, ci aiuta a ritrovare il nostro equilibrio, in un mondo sempre più accelerato e nevrotico. Con Sergio Zavoli, che a differenza dell’amico Federico la bici la usava eccome, siamo convinti che la bicicletta è un modo di accordare la vita con il tempo e lo spazio, è l’andare e lo stare dentro misure ancora umane.