di Gian Marco Walch Vittorio Sgarbi irrompe nelle celebrazioni, inizialmente tribolate dal Coronavirus, per i 500 anni dalla morte di Raffaello. E se a gennaio, giocando d’anticipo sulla grande mostra alle romane Scuderie del Quirinale, aveva definito Raffaello "il più grande di tutti, più di Leonardo e Michelangelo", ora lo storico-critico ha rivelato al mondo "l’unica vera novità di questo Anno di Raffaello": la ricostruzione dell’“Andata al Calvario”, più nota come “Lo Spasimo di Sicilia”. Non una scoperta, naturalmente. Oltretutto una copia, ma "una copia più vera del vero", in quanto tavola rigida più vera dell’originale (al Prado di Madrid),...

di Gian Marco Walch

Vittorio Sgarbi irrompe nelle celebrazioni, inizialmente tribolate dal Coronavirus, per i 500 anni dalla morte di Raffaello. E se a gennaio, giocando d’anticipo sulla grande mostra alle romane Scuderie del Quirinale, aveva definito Raffaello "il più grande di tutti, più di Leonardo e Michelangelo", ora lo storico-critico ha rivelato al mondo "l’unica vera novità di questo Anno di Raffaello": la ricostruzione dell’“Andata al Calvario”, più nota come “Lo Spasimo di Sicilia”. Non una scoperta, naturalmente. Oltretutto una copia, ma "una copia più vera del vero", in quanto tavola rigida più vera dell’originale (al Prado di Madrid), ora rimontata nella cappella del monastero di Santa Maria dello Spasimo a Palermo con l’Altare che venne espressamente realizzato da Antonello Gagini per la tavola, ricostruito dopo oltre trent’anni di lavoro.

Copia, anzi, ricomposizione: copia in alta risoluzione della gigantesca opera, 318 per 229 centimetri, la più grande dipinta da Raffaello fatta eccezione per la “Trasfigurazione” dei Musei Vaticani, peraltro incompiuta. Lavoro firmato da Adam Lowe, inglese di Oxford, classe 1959, autodefinitosi "mediatore digitale per l’arte": la sua Factum Foundation, a Madrid, quattro capannoni industriali, una quarantina di collaboratori, da un lato collabora con alcuni dei più famosi artisti contemporanei, a partire da Marina Abramović, dall’altro realizza facsimile di antiche opere d’arte, che si vantano di essere indistinguibili dagli originali.

Capolavoro, lo “Spasimo di Sicilia”, che a sua volta vanta un passato avventuroso, se non miracoloso. La parola a Giorgio Vasari, da una delle sue Vite, quella ovviamente del "non meno eccellente che grazioso Raffael Sanzio da Urbino". Roma, attorno al 1517: "Fece poi Raffaello per il monasterio di Palermo detto Santa Maria dello Spasmo, de’ frati di Monte Oliverio, una tavola d’un Cristo, appassionatissimo nel tormento dello avvicinarsi della morte, cascato in terra per il peso del legno della croce e bagnato di sudore e di sangue". Accade però che la tavola, finita del tutto, "fu vicinissima a capitar male: messa in mare per essere portata a Palermo, una orribile tempesta percosse ad uno scoglio la nave che la portava". Persi tutti gli uomini e tutte le mercanzie, "questa tavola solamente fu portata dal mare in quel di Genova, dove fu ripescata e portata a terra". Miracolo. E nuovo viaggio per la Sicilia, fortunatamente felice, dove "la posero in Palermo, nel qual luogo ha più fama e riputazione che ‘l monte di Vulcano", ovvero l’Etna.

Ma non finisce qui, l’odissea spasmodica dello “Spasimo”. Nel 1661 l’abate del monastero di Santo Spirito fa dono della tavola al sovrano spagnolo Filippo IV. Arriva all’Escorial di Madrid il capolavoro, dove, nell’ordine, rischia di bruciare in un incendio, viene razziato dalle truppe francesi e infine, tramontato Napoleone, è riconsegnato alla Spagna.

Due lodi vanno aggiunte. A Maria Antonietta Spadaro, la storica dell’arte che dopo 34 anni ha ricomposto i cinquanta pezzi, ritrovati a Villa San Cataldo a Bagheria, dell’Altare che lo scultore Antonello Gagini – a lui l’altra lode – aveva realizzato negli stessi anni della nascita dell’opera di Raffaello per incorniciare lo “Spasimo”: due colonne alte oltre tre metri in marmo di Carrara.